In morte del «catto-comunista» (che non considerava epiteto) Pierre Carniti

Dopo la Fim milanese e nazionale e la costituzione con Benvenuto e Trentin della Federazione unitaria dei metalmeccanici, l'elezione al vertice della Cisl. Una vita passata a promuovere la condizione dei più svantaggiati

Da sinistra, Pierre Carniti, Giorgio Benvenuto e Bruno Trentin

Da sinistra, Pierre Carniti, Giorgio Benvenuto e Bruno Trentin

Tommaso Verga 5 giugno 2018Hinterland

di Tommaso Verga


Sarà parziale, per nulla canonico, con la testa rivolta ad altri tempi chiedersi come avrebbero reagito Cgil-Cisl-Uil alla notizia dell’omicidio di Sacko Soumayla il giovane mailiano ucciso a San Calogero, in Calabria. Ci si interroga sulle confederazioni con al vertice Luciano Lama seguito da Bruno Trentin con Pierre Carniti, Giorgio Benvenuto, l’unico in vita. Trentin è morto 11 anni fa, oggi Carniti. Furono, loro tre, il governo del cambiamento del sindacato in Italia, il quadro dirigente che tentò – riuscendoci solo parzialmente –, di mettere definitivamente fine alla divisione per sigle, ultimo lascito della storia postbellica del Paese.
Cremonese, nipote di Ada Merini, dopo la «gavetta» da funzionario a Milano, nel 1970 Pierre Carniti viene eletto al vertice dei metalmeccanici. Fu sua l’intuizione della Flm, la prima sigla «unitaria» formata da Fiom-Fim-Uilm. Che lasciò nel 1979, all'indomani della elezione a segretario generale della Cisl. A succedergli, nel 1985, Franco Marini.
Pierre Carniti fu certamente un dirigente «divisivo», visto che, per lui, occorreva subordinare i «modelli organizzativi» alle condizioni dei lavoratori. Fu per questo che non cessò, nella sua lunga militanza, di mantenere alta (e «attraente» quanto a contenuti) la polemica con la Cgil sulle questioni dell’autonomia del sindacato e dell’incompatibilità tra incarichi politici e sindacali.
Un episodio poco conosciuto aiuta a capire il modo di pensare, il senso della militanza in un sindacato che i «carnitiani» volevano sicuramente distinto e diverso da quello dei padri fondatori. Uno dei quali, Bruno Storti, in un anno di elezioni, apparve in una tribuna politica televisiva di sostegno alla Dc insieme con Ferdinando Truzzi, all’epoca il vice di Paolo Bonomi della Coldiretti.
Fu il motivo per cui dal centro-studi della Cisl di Fiesole, un documento di protesta venne indirizzato proprio a Bruno Storti, firmato da quasi tutti gli allievi della «università» cislina. Gli effetti furono del tutto contrari a quelli auspicati dai promotori, ma la vicenda aiuta a capire che «razza» di sindacato fosse la Cisl di un’altra epoca. E come i «carnitiani» non rappresentassero una «corrente» quanto un modo di pensare e di agire.
Sino all’ultimo momento di militanza, Pierre Carniti da larga parte del suo sindacato venne considerato un eretico. Difficile (per esser lievi) far passare nella Cisl l’idea che il capitalismo provocava differenze sociali a svantaggio dei poveri e a favore dei ricchi. Teorie collaterali anche al fatto di non avere mai aderito alla Democrazia cristiana. Considerate invece «belle» da una larga presenza di senza-partito (e di «gruppettari») principalmente nelle categorie dell’industria.
Dopo le esperienze parlamentari con il Psi e con i Ds, Carniti si impegnò nel Movimento dei cristiano-sociali, fondato insieme con Ermanno Gorrieri e Pietro Scoppola. Perché non considerava un’offesa sentirsi appellare «catto-comunista».
E insieme con Trentin e Benvenuto, lo sciopero generale contro i fatti di Vibo Valentia non sarebbe mancato.