Sparito il fascicolo sull'irruzione dei carabinieri nel covo delle Brigate Rosse di Genova

In un esposto si diceva che i militari avevano intenzionalmente ucciso un brigatista. Ora si indaga sulla sparatoria e sui documenti spariti

Brigate Rosse

Brigate Rosse

globalist 28 aprile 2018

Un giallo, come di gialli è piena la storia delle Brigate Rosse e, soprattutto, di come alcuni organi dello Stato le hanno combattute: il fascicolo sull'irruzione dei carabinieri nel covo delle Br di via Fracchia, nel 1980 a Genova in cui persero la vita quattro brigatisti, è sparito dagli archivi giudiziari di Morimondo (Milano). Per questo il procuratore capo Francesco Cozzi ha aperto una indagine per furto aggravato.
La scoperta è avvenuta nei mesi scorsi, dopo l'apertura dell'inchiesta per omicidio volontario "in danno di Riccardo Dura" (uno dei terroristi uccisi, ndr). Il fascicolo era nell'archivio di Stato a Genova fino al 2016, anno in cui è stato deciso il trasferimento in Lombardia. Non si sa, però, se gli atti non siano mai arrivati o se siano spariti una volta giunti lì. Fatto sta che la procura genovese non lo ha fisicamente trovato dove avrebbe dovuto essere. In questi mesi gli investigatori hanno sentito una serie di persone per tracciare il percorso dei documenti senza però trovare elementi utili per ritrovarli.
"Sono in piedi tutte le ipotesi - spiega il procuratore capo Cozzi - dalle più banali a quelle più preoccupanti. Io per ora mi limito ai dati oggettivi e cioè che quel fascicolo non è nel posto in cui dovrebbe essere e non si sa che fine abbia fatto". Anche l'ultima commissione parlamentare d'inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro aveva chiesto gli atti alla procura generale di Genova e aveva scritto nella relazione dell'impossibilità di reperire il fascicolo.
L'inchiesta sull'irruzione, affidata al sostituto procuratore Federico Manotti, era nata dopo l'esposto di Luigi Grasso, ricercatore universitario che nel 1979 venne accusato di terrorismo e negli anni successivi completamente prosciolto. "Quello di Dura è stato un omicidio volontario, venne ucciso con un solo colpo alla nuca", aveva scritto nella denuncia Grasso.
Il ricercatore aveva deciso di presentare l'esposto dopo una ricerca personale negli archivi giudiziari. In quegli atti c'è la ricostruzione dei fatti spiegata da Michele Riccio, il capitano che guidò l'assalto, uomo di fiducia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa al quale era stato affidato il compito di condurre la battaglia contro le Br. Dalla lettura di quei fatti Grasso era arrivato alla conclusione che l'uccisione del brigatista Riccardo Dura sarebbe stata un omicidio volontario.