La Brexit fa i conti con Galileo

Cominciano a intravedersi le conseguenze della futura uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Tra gli esempi più significativi, la possibile esclusione dal sistema satellitare europeo Galileo

Galileo (Pierre Carril, Esa)

Galileo (Pierre Carril, Esa)

A quasi due anni dal referendum sulla Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea continua a dividere il Paese. Mentre proseguono, anche se a fatica, le trattative con Bruxelles, il divorzio ufficiale dalla Ue continua a essere rimandato. La premier Theresa May ha guadagnato tempo per pianificare la strategia post-Brexit grazie a un nuovo accordo sul periodo di transizione, che di fatto prolungherebbe lo status quo fino alla fine del 2020.


Eppure non mancano i primi esempi concreti delle possibili conseguenze del leave. Tra gli ambiti più colpiti, il mondo della scienza: già a poche settimane dalla Brexit, la comunità scientifica britannica – secondo i sondaggi, prevalentemente contro l’uscita dall’Ue – ha espresso forti preoccupazioni sul futuro dei finanziamenti europei alla ricerca, il cui accesso potrebbe essere negato o fortemente limitato. E ancor prima di mettere la parola fine ai negoziati, questo timore di esclusione tecnico-scientifica ha già assunto un possibile volto: il progetto Galileo.


Frutto di un investimento di circa 10 miliardi di euro in totale, Galileo è il primo sistema di navigazione satellitare interamente made in Europe, nato con l’obiettivo di ottenere l’indipendenza dagli Stati Uniti costruendo una valida alternativa al sistema Gps. Una sfida ambiziosa, considerato che il Gps americano è già disponibile gratuitamente a livello globale. Perché quindi investire su una nuova costellazione satellitare europea?


«Le motivazioni che portarono, nel 2001, alla decisione di realizzare il sistema europeo – dice Mario Musmeci, esperto di telecomunicazione e navigazione satellitare dell’Agenzia Spaziale Italiana – sono di carattere politico ed economico. Per il primo aspetto, Galileo è fondamentale in termini di indipendenza tecnologica e capacità propria per servizi considerati ormai strategici; per l’aspetto economico, si deve considerare che all’inizio degli anni 2000 esisteva un monopolio di fatto nel campo delle tecnologie Gps a guida statunitense, e non era quindi immaginabile usare i servizi Gps senza dipendere da reti commerciali e ricevitori made in Usa. Oggi, come evidenziato dalle analisi di mercato della Commissione Europea, un quarto del volume di mercato della navigazione satellitare è europeo (circa 22 miliardi di euro nel 2015 con una crescita continua e un raddoppio previsto per il 2020) con una predominanza nelle applicazioni e sevizi a valore aggiunto».


Il sistema Galileo, già parzialmente attivo, dovrebbe entrare a pieno regime nel 2020. Conterà 30 satelliti in orbita a circa 23.000 chilometri di altezza, diventando parte integrante della rete satellitare internazionale. «Ogni sistema di navigazione satellitare – spiega infatti Musmeci – è  oggi da considerarsi inserito in un contesto di ‘sistema di sistemi’: molti degli utenti equipaggiati di ricevitore, compresi i nostri smartphone, usano indifferentemente i segnali provenienti da diverse costellazioni (Gps americano, Glonass russo, Galileo europeo e Beidou cinese) massimizzando accuratezza e disponibilità dei servizi di posizione, navigazione e sincronizzazione del tempo in tutto il globo. Un’infrastruttura propria di navigazione satellitare globale come Galileo è quindi indispensabile per l’autonomia su servizi strategici sia civili che militari, da cui dipende l’economica di diversi settori di trasporto, energia, agricoltura e sicurezza».


Rispetto alla Brexit, il punto critico sta proprio qui: in base alle regole concordate in fase di progettazione e sottoscritte in modo unanime di paesi membri, Regno Unito compreso, gli aspetti sensibili del sistema Galileo (in particolare quelli legati alla sicurezza) non possono essere condivisi al di fuori dell’Unione Europea. Ma una volta entrata in vigore, la Brexit renderà il Regno Unito esattamente un paese terzo: «sarà nella stessa posizione ad esempio di Norvegia e Svizzera – commenta Musmeci – che partecipano a Galileo con le dovute restrizioni e accordi ad hoc. Questo cambio impone limitazioni in termini di accesso ai dati sensibili che sono classificati come ristretti all’Ue».


Si tratta di un punto sollevato con estrema chiarezza dalla Commissione Europea, che a gennaio di quest’anno ha infatti annunciato di voler tagliar fuori Londra da buona parte del programma. Prima di tutto togliendole il controllo di un nodo nevralgico del sistema Galileo: il Galileo Security Monitoring Centre (Gsmc), infrastruttura tecnica progettata per garantire la sicurezza dei dati raccolti dalla costellazione satellitare. Il Gsmc, la cui sede operativa sarà in Francia, doveva avere un importante sito di backup in Gran Bretagna. Ma dopo la Brexit è stato deciso di trasferire il centro in Spagna, «per garantire a Galileo una continuità economica e preservarne la sicurezza», come ha dichiarato Elżbieta Bieńkowska, Commissaria europea per il mercato interno e l’industria, in un comunicato diffuso dalla Commissione. Una notizia che non è stata presa molto bene dalle autorità britanniche, secondo cui l’esclusione da Galileo potrebbe minacciare la sicurezza nazionale.


In una nota diffusa qualche giorno fa, l’Agenzia Spaziale del Regno Unito ha esplicitamente chiesto di poter mantenere la sua partecipazione a Galileo, considerandola “un reciproco interesse per la competitività, la sicurezza, la capacità di sviluppo e l’interoperabilità del programma.” Senza dimenticare i fondi britannici già investiti nel programma – circa 1.2 miliardi di sterline prima della vittoria del leave. «Il Regno Unito – dice Musmeci – ha contribuito a Galileo con competenze diverse e importanti. Sarebbe quindi auspicabile, come confermato dalla Commissione Europea, la definizione di un accordo specifico come già previsto per altri paesi terzi».


Più delicata potrebbe essere invece la gestione delle tecnologie sviluppate da aziende e centri di ricerca in Gran Bretagna, che sono ormai già parte integrante del sistema Galileo. A tal proposito, è in corso un dibattito per una soluzione che salvaguardi l’Europa nel totale controllo del sistema Galileo, garantendo al tempo stesso la partecipazione Uk. La riuscita di tale accordo dipenderà dall’esito complessivo delle trattative post-Brexit, ma intanto il Regno Unito ha ventilato l’ipotesi di sviluppare un suo autonomo sistema di navigazione satellitare.