Restauro e architetti premiati: quando il rimedio è peggiore del male

Più volte premiato per i suoi interventi, Franco Minissi ha realizzato strutture museali e interventi conservativi molto discutibili

La struttura al teatro greco di Eraclea Minoa

La struttura al teatro greco di Eraclea Minoa

redazione 2 agosto 2019Culture
di Doriana Consiglio

Celebrata star del restauro conservativo e indefesso costruttore di musei siciliani, all’architetto Franco Minissi la Sicilia deve, a guardarle col senno del poi, alcune delle sue più discutibili strutture museali e dei suoi ancora più criticabili interventi conservativi: mal pensati in fase progettuale, eseguiti sfidando i limiti della realizzabilità e oggi tristemente additati dai professionisti del restauro come un prontuario di errori da non commettere a pena della perdita definitiva dei beni che si intendeva tutelare.

Se è vero che i suoi progetti ingegnosi e futuribili gli valsero premi e riconoscimenti tra i più prestigiosi, è altresì vero che molte critiche furono espresse già al tempo dai conservatori più ortodossi. Con all’attivo oltre centocinquanta tra musei e restauri, oggi sono molte le opere siciliane firmate da Minissi che attendono una rilettura critica delle sue sperimentazioni.

Da molti anni ormai è noto il fenomeno del preoccupante disgregamento della pietra del teatro greco di Eraclea Minoa, inesorabilmente condannato a morte dall’ardita e soffocante copertura in plexiglass che ne ricalca integralmente la forma (1960-1963). Lo stesso problema si era posto per l’innovativo sistema di tettoie trasparenti sui resti della Villa romana del Casale di Piazza Armerina (1958-1967), totalmente rimosso qualche anno fa da un radicale intervento di recupero. Così era stato ancora per l’intervento di restauro delle mura in mattoni delle fortificazioni greche di Capo Soprano a Gela (1952-1953), oggi anch’esse ingabbiate in una sorta di prigione di vetro temperato che sta irrimediabilmente compromettendone la conservazione.

Ambizioni non diverse e sorte non dissimile riguarda la realizzazione di almeno un paio di strutture museali siciliane. È il caso dell’avveniristico Museo Archeologico di Caltanissetta (1985-1997), dove sembrerebbe che i reperti sopravvivano per caparbietà. Un azzardato tetto integralmente in vetro ha condannato la struttura, rotto da diversi anni (e mai riparato) il megaimpianto di climatizzazione, a variazioni di temperatura e di umidità interne che oscillano dall’effetto surgelatore in inverno all’effetto forno in estate. Allo stesso modo l’ex Museo Diocesano di Agrigento (1958-1963), funzionante per appena due anni – inaugurato nel 1964, fu chiuso nel 1966 a causa della frana –, è oggi condannato sicuramente all’abbandono e forse al definitivo abbattimento (sul cedimento franoso del costone su cui insiste i pareri sono a tutt’oggi controversi).

Non so come e perché la Storia assegni successo e gloria ai suoi protagonisti. Allo stato attuale delle cose solo un eccesso di magnanimità (e di leggerezza?) potrebbe spiegare la scelta di insignire del Premio nazionale per la Conservazione e la Valorizzazione del Patrimonio Architettonico (1964), nonché del Premio Regionale per la Realizzazione delle Sistemazioni Museografiche in Sicilia (1969), chi, per imprevidenza o avventatezza, è riuscito in pochi decenni a mettere a rischio beni archeologici ed evidenze architettoniche sopravvissute all’incuria del Tempo e degli Uomini.