Omissioni e dimenticanze della nuova direttiva sulle pari opportunità

Firmata dalla ministra Bongiorno e dal sottosegretario Spadafora, sostituisce la precedente. L’analisi di Alida Castelli

La ministra Giulia Bongiorno

La ministra Giulia Bongiorno

Redazione 15 luglio 2019Giulia

La nuova Direttiva a firma della ministra Giulia Bongiorno e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alle Pari opportunità Vincenzo Spadafora, è nata con l’esplicito obiettivo di sostituire la direttiva 23 maggio 2007 “Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche” e aggiornare alcune linee guida sulle modalità di funzionamento dei CUG (Comitati Unici di Garanzia). 
In sostanza si danno indicazioni su come intervenire operativamente per migliorare la condizione delle lavoratrici in merito alla realizzazione di percorsi professionali non discriminatori.


E fin qui, sulle intenzioni, va tutto bene.
Sostituire una Direttiva con un’altra dopo 12 anni è sicuramente un’azione meritevole, anche perché nelle intenzioni si afferma di voler adeguare la stessa agli interventi legislativi successivi: non perché ci siano stati grandi cambiamenti in materia di pari opportunità, se non aggiustamenti e apparenti - a mio parere - ammodernamenti.
Poi nella lunghezza della Direttiva, che per certi versi ricalca la precedente, più che i nuovi inserimenti colpiscono le dimenticanze sicuramente non casuali. Tra gli inserimenti mi meraviglia che nemmeno il Codice delle pari opportunità tra uomo e donna (che contiene tutto il corpo normativo in materia) sia stato citato correttamente in quanto a seguire si aggiunge “valorizzazione del benessere di chi lavora e contrasto a qualsiasi forma di discriminazione” citazione corretta ma di un’altra legge!
Per quel che riguarda le “dimenticanze”, invece, solo per citarne alcune tra quelle che sono apparse in questi giorni anche sulla stampa (e che qualche testata ha definito “boldrinata”), la semplice raccomandazione per un uso non sessista della lingua italiana che si limita a indicare l’opportunità di “usare il più possibile sostantivi o nomi collettivi che includano persone dei due generi (ad es. persone anziché uomini”). Più o meno la stessa definizione della precedente Direttiva, che tuttavia richiamava esplicitamente sia il “Manuale di stile” ma soprattutto le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” di Alma Sabatini del lontano 1987.
Nella riscrittura saltano poi i moduli formativi per uno “sviluppo di una cultura di genere” obbligatori in tutti I programmi formativi delle amministrazioni pubbliche.  Moduli sostituiti dai più specifici (o settoriali?) sul contrasto alla violenza di genere. 
Così come sono declinate in maniera dettagliata le “statistiche sul personale ripartite per genere”: si dice infatti: “le statistiche devono essere declinate, pertanto, su tre componenti: uomini, donne e totale”. Cosa altro dovevano essere le statistiche declinate per genere?
Infine, a leggere la Direttiva mi sembra che ci sia una, non tanto velata, paura  di usare il termine genere.  Ma sicuramente sbaglio!