Eduardo De Filippo un umano immortale

Dal nostro arrivo nel mondo alla nostra partenza ci è concesso il dono di sognare.

redazione 24 maggio 2019

di Chiara D'Ambros
Eduardo De Filippo. Diceva “il punto di arrivo dell’uomo è il suo arrivo nel mondo, la sua nascita, mentre il punto di partenza è la morte, che oltre a rappresentare la sua partenza dal mondo, va a costruire il punto di partenza per i giovani”. Nessuno come lui sapeva giocare con la realtà, ribaltarla e con questo movimento far intravedere le sue pieghe più nascoste dell’agire e del sentire umano, celato, camuffato per convenienza, per incuria, per paura, per convenzione, per pudore, per amore, per stanchezza, per sopravvivenza o per tradizione.
Lucido e sofisticato osservatore del suo presente, come tutti i Grandi, aveva lo sguardo che andava oltre, verso il futuro. E’ stato sottolineato in molte occasioni, non ultime i momenti in cui ha ricevuto i numerosi premi e riconoscimenti tra cui l’essere stato nominato dal Presidente Pertini Senatore nel settembre del 1981, e sarà banale forse parlare ancora di quanto siano attuali i suoi testi ancora oggi, ma fare questa considerazione oggi, nell’epoca dei Social Network, della realtà virtuale, dei viaggi low cost, ci svela quanto alcuni tratti umani siano spesso constanti, ma anche quanto le dinamiche di interazione non si siano sviluppate, emancipate a pari passo della tecnologia, abbiamo ancora come allora in fondo la stessa paura, la stessa miseria, la stessa premura di conservare la faccia, la stessa difficoltà col denaro e di vivere i rapporti familiari in modo armonioso. Abbiamo la stessa invidia per chi ha di più, e anche se solo raramente, magari solo dopo una grande perdita, abbiamo ancora la capacità di apprezzare le piccole cose, abitudini che “sono la poesia della vita” come prendere una tazza di caffè. Abbiamo la stessa necessità di esorcizzare la dimensione della morte, dell’aldilà, del mondo dell’invisibile, anche se ora abbiamo microscopi e telescopi per vedere l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Ora che si può divorziare, che abbiamo il riscaldamento in casa, e almeno un’auto per famiglia. Oggi che compriamo da vestire con pochi euro in catene di grandi magazzini, che conosciamo bene l’esistenza di oggetti usa e getta e che piuttosto che nella condividere uno spazio abitativo e umanità, viviamo in appartamenti mini dove il solido seppur povero mobilio di un tempo, è stato sostituito da un arredamento costruito solo ipoteticamente in Svezia, più realisticamente in Cina , luoghi che nell’immediato dopoguerra, ai tempi di De Filippo nell’immaginario dei Napoletani era lontano dall’Italia quanto lo è oggi Marte per tutti noi. Ancora oggi i suoi testi di Eduardo ci stupiscono, divertono, punzecchiano e trafiggono, ci fanno vedere quanta vita c'e' dentro e dietro l’agire quotidiano, inevitabile, mosso dall'arte di arrangiarsi, faticoso, furbo, passionale, misero, colorato di umana varietà.
Eduardo uomo e artista era presenza e ascolto, sia per stare sul palcoscenico che per scrivere riteneva necessario “ascoltare il mondo e poi aggiungerci un po’ di fantasia”. La dimensione dell’ascolto è la variabile che ha reso unico e straordinario De Filippo. È celebre la sua risposta a uno studente, durante una lezione di drammaturgia alla Sapienza di Roma, che dopo ore di letture aveva gridato “Sono stufo di ascoltare”. Eduardo lo mandò via dicendogli che se non aveva la pazienza di ascoltare gli altri non sarebbe stato capace di ascoltare neppure se stesso. La centralità dell’ascolto e della relazione con dell’altro da parte di Eduardo è evidente in tutte le sue dimensioni artistiche, di drammaturgo, di attore, di autore per la radio e per gli adattamenti televisivi ed ancora una grande lezione per l’oggi, non solo per l’arte ma per la vita. Per Eduardo l’altro è colui da cui trarre ispirazione. Tutto il suo teatro è nato dall’osservazione del prossimo, “… quasi da un pedinamento con gli occhi e le orecchie della gente comune”. L’altro è l’attore, l’attrice che sta con lui sulla scena, l’ascoltatore radiofonico che non vede e segue la drammaturgia dei suoni di una storia, lo spettatore che non è compresente alla messa in scena. L’altro è la società cui l’individuo si deve rapportare con le sue norme e condizioni. L’altro è il fuori campo che nelle sue opere svolge sempre un ruolo narrativo importante. L’altra è la battuta che viene dopo un silenzio. “Tutto è relazione” come affermano i fisici contemporanei, come osservava Gregory Bateson in Verso un’ecologia della mente, De Filippo ne aveva profonda consapevolezza.
La sua capacità di ascolto è evidente anche nel ritmo della sua narrazione, nella scelta della lingua, della sua drammaturgia. Le sue pause racchiudono mondi, consentono l’aprirsi di più dimensioni percettive e tessono, assieme agli snodi delle sue vicende, quel filo molto sottile su cui funambolicamente procedono i personaggi, le vicende, la storia e che sta tra il dramma e il grottesco, tra risata e stretta allo stomaco, sollievo e disperazione. Eduardo ha consacrato la commedia a genere profondo, impossibile non ritrovarsi a riflettere “nonostante si rida”. Ha scritto vere e proprie partiture di parole, suoni, emozioni, pulsioni, sensi.
Senza voler ridurre la loro complessità, forse tutte le sue opere in fondo ci dicono: “Stai in ascolto, la realtà richiede menzogna, credenze, litigi, amore, tu stai in ascolto e forse riuscirai a scorgere cosa c’è tra una cosa e l’altra, che ci rende unici come esseri umani”. Ogni suo personaggio è un punto di vista sul mondo, guardarli tutti assieme ci permette di leggere ancora oggi il mondo, e forse di scegliere se stare dentro i ruoli precostituiti, o se si sente la necessità di cercare delle alternative, perché il perpetuo conflitto individuo e società, che è uno degli elementi essenziali della sua opera, possa trovare nuove soluzioni.
Schivo nelle situazioni pubbliche, assente in quelle mondane, molto si è occupato delle questioni sociali, impegnandosi in prima persona per esempio per aiutare le vittime del terremoto in Irpinia e i ragazzi del carcere minorile di Filangieri di Napoli. Molto si è battuto per aprire una scuola di teatro. Vita e arte per Eduardo erano una cosa sola.
In palcoscenico ha saputo restituire con semplicità le vicende umane senza mai ridurre la loro complessità. Forse anche perché in lui gli opposti sembrano convivere: il rigore nel lavoro come nella vita e la leggerezza in palcoscenico, la presenza, la prontezza scenica e la teorizzazione dell’ “attore stanco”, le linee inconfondibili delle sue rughe e gli occhi dallo sguardo bambino, la poesia e la musicalità dei suoi stesti con la miseria dei personaggi che rappresentano, il mondo visibile e il mondo invisibile, l’amore per l’arte della finzione e la passione per la realtà.
L’umanità di Eduardo è spiazzante ed è forse ciò che lo ha reso così grande. Toccava sempre i nervi più scoperti dell’essenza umana, delle sue gioie, miserie e delle paure con delicatezza, ma anche spietatezza e ironia e una surreale semplicità. Diceva: “… a me la morte m’incuriosisce, mi sgomenta, ma non mi fa paura, perché la considero la fine di un ciclo – il mio ciclo – che però darà vita ad altri cicli legati al mio. Soltanto così anche se non crediamo in un dio al di fuori di noi, possiamo sperare nell’immortalità; una immortalità umana, quindi limitata, ma all’uomo è stato concesso il dono di sognare, che non è poi piccola cosa…”
Prendendo ispirazione dai sui personaggi in questo anniversario, oggi possiamo sognare che lui stia guardando attraverso il buco della serratura di una stanza che è fuori dalla scena dove si svolgono le vicende del mondo, che osservi all’insaputa di tutti quali nuovi arrivi e punti di partenza siano succeduti alla sua partenza, e spieghi sul suo viso quel sorriso sempre un po’ malinconico ma di una dolcezza rara che regalava solo in particolari occasioni.