Francesco Rosi: l'arte come impegno civile

Il grande vecchio del cinema italiano era stato l'autore di capolavori capaci di raccontare drammi e pieghe oscure

Francesco Rosi

Francesco Rosi

Giancarlo Governi 10 gennaio 2015

L'articolo di Giancarlo Governi scritto nel giorno della morte del grande regista


 


Appena ho sentito la notizia della morte di Francesco Rosi, il grande vecchio del cinema italiano, mi sono messo a cercare nel mio archivio quello che io considero il suo capolavoro. E ora sto guardando “Uomini contro”, il film che aveva raccontato la Grande Guerra come mai nessuno aveva osato fare. Dalla parte, cioè, dei soldati e anche degli ufficiali inferiori che furono mandati al macello senza neppure sapere il perché. E che dovevano difendersi da due nemici: quello davanti, il nemico austriaco, e i carabinieri dietro che passavano per le armi quelli che avevano mostrato paura o semplice titubanza. Sono arrivato alla scene cruciale che racchiude tutto il senso del film, quando il tenente interpretato da Gian Maria Volonté, che diventerà l’attore preferito da Rosi come Mastroianni per Fellini, si mette a urlare “basta con questa guerra di morti di fame contro altri morti di fame” e volgendosi verso il generale che sta portando tutti al massacro, dice “il nemico è lì, è contro quel nemico che dovete sparare”.
Francesco Rosi che veniva da quella generazione di napoletani borghesi colti e illuminati come Raffaele La Capria e come Giorgio Napolitano, aveva messo la sua arte cinematografica al servizio dell’impegno civile. A lui piaceva raccontare i segreti dell’Italia, le sue pieghe più oscure e più misteriose. Dal suo primo film “La sfida”, una storia di camorra napoletana raccontata con lo stile dei film di gangster americani, a “Le mani sulla città” il più spietato ritratto politico della sua città di Napoli, a “Salvatore Giuliano” dove raggiunge il culmine e la perfezione del suo modo di raccontare così realistico da far sembrare vera la ricostruzione cinematografica, alla biografia di Enrico Mattei in cui lanciò squarci di verità su quello che apparve subito ai più come un delitto ma che era stato archiviato come incidente. Con questi film Rosi aprì una serie di capitoli importanti nella storia del nostro Paese, capitoli che forse senza le sue denunce sarebbero rimasti chiusi.
Non è ricchissima di titoli la filmografia di Francesco Rosi ma quei titoli rimangono come pietre inamovibili. Come nel titolo del libro di Carlo Levi di cui Rosi raccontò la sua opera più significativa, “Cristo si è fermato a Eboli”.