Swing e tristi wurstel

Buona musica a Villa Celimontana, pessima ristorazione al Festival di Venezia, e problemi di swing

Stefano Torossi 8 maggio 2016
[b]di Stefano Torossi[/b]

16 settembre 2010


Roma, 20 agosto, concerto di Marcello Rosa and friends. Una formazione nutrita e molto buona. Il concerto era in onore di Rosa, famoso trombonista e santo protettore della manifestazione più sontuosa dell’estate di Roma, il Villa Celimontana Jazz Festival, tanto è vero che il becco a forma di trombetta della papera, logo del festival, è rosa, per via del suo cognome (lo ha dichiarato in pubblico Giampiero Rubei, il patron).



La Villa è uno degli incantevoli parchi di Roma, da molti anni sede di questo festival, accompagnato da discontinui servizi di gastronomia, all’inizio così così, poi migliorati, e adesso al bar si beve un ottimo Negroni.
Quello della ristorazione collegata alla musica o allo spettacolo in generale, è un altro argomento (indigesto!) che si presta alle nostre perfidie. Lo avrete certamente notato: di solito dove si fa buona musica, si fa cattiva cucina. Ci tornano su le raccapriccianti cene al New Orleans Cafe di Roma, locale ormai passato a miglior vita; ci è capitato in un recente festival di jazz (“Odio l’estate”) di sentirci dire al bar, non alle due di notte, ma alle 21,30 che era finito il ghiaccio, e quindi niente cocktails. Alla Casa del Jazz, solo un banco di birra e un kebabbaro.


Ma il colmo lo abbiamo vissuto ultimamente al Festival del Cinema di Venezia. Occasione unica di spettacolo e mondanità. Per il cibo c’era il Movie Village, ampio spazio sotto gli alberi, contiguo al Palazzo del Cinema. E qui, sul bancone, sotto un neon da obitorio, fra sandwich pallidi, patate cianotiche e praticamente niente altro, giacevano, orrore! i Tristi Wurstel. Salsicce (ovviamente, sappiamo che i wurstel sono salsicce) ma queste...tagliuzzate, anzi scolpite come bassotti con coda e quattro zampette.
Li abbiamo ordinati, pagandoli naturalmente a prezzi da Lido di Venezia, e mangiati con vero dispiacere: la pelle un po’ secca, la temperatura appena sufficiente, il sapore ospedaliero.
Perché non affidare la cucina a qualcuno che sa farla? Guadagnerebbero molto di più con della roba buona.

Ci ronza nell’orecchio il borbottio dell’amico: cosa te ne importa del mangiare? Ai concerti si va per la musica. Noi dichiariamo davanti a tutti che non è vero. Una serata più è ricca, più ci piace. Buona compagnia, la luna in cielo (all’aperto), una climatizzazione efficiente (al chiuso), ottima cucina, bar con molto ghiaccio. E naturalmente buona musica, che diamine!

Anche senza arrivare a questi estremi, di solito è roba surgelata e scaldata al microonde, i vini spesso discutibili. E allora la salvezza è la birra. E infatti tutti col bicchiere di plastica in mano. Ma...

Ma ci sono a nostra conoscenza, qui a Roma, due egregie eccezioni: la prima è il Cotton Club, locale arredato con metri di tendaggi anni sessanta, e dove si fa musica anni sessanta, però si serve buon cibo contemporaneo. L’altra è l’Alexanderplatz, una cantina che di arredamento non ha bisogno, tanto è piena di storia del jazz. Qui la cucina è eccellente, come i vini. Stop.



Torniamo alla musica.

Abbiamo tendenze suicide? Forse, visto che ora è nostra intenzione affrontare pericolosissime sabbie mobili: vogliamo parlare (brevemente e con leggerezza, niente paura) di swing, e per farlo è forse necessario partire dalla mancanza del medesimo, perché lo swing è una di quelle salse che arricchiscono il piatto, ma quando mancano tutto diventa insipido.



Da una qualsiasi enciclopedia della musica: “Swing, termine americano = altalena, altalenante. Lo swing è il gioco delle accentuazioni degli anticipi e dei ritardi, che non può in nessun modo essere messo su carta, ma solo suonato” (e forse neanche descritto, aggiungiamo noi).


Proprio durante il concerto di cui parliamo, la salsa c’era, e squisita, poi è successo qualcosa. L’ottimo Siniscalco che aveva sostenuto molto bene il gruppo fino a quel momento con il suo contrabbasso acustico, a un certo punto ha imbracciato il basso elettrico e qui il condimento è cambiato.

Noi crediamo che il problema sia in partenza fisico: le corde dell’acustico, molto lunghe e grosse hanno bisogno di più tempo per entrare in vibrazione. Questo permette di giocare meglio sulle deviazioni dal tempo matematico che fanno lo swing; mentre quelle dell’elettrico, più corte e sottili, reagiscono più rapidamente al tocco del musico, con il rischio che gli anticipi siano troppo anticipati, e i ritardi annullati.
E’ chiaro che non dipende solo dalle leggi della fisica. In contemporanea, bisogna che succeda qualcosa nel cervello, forse nel cuore, o magari solo nelle mani dello strumentista che deve toccare la corda in modo diverso a seconda dello strumento. Tutto questo è ovviamente innato. L’altalena ha da esserci fin da subito perché inventarsela è proprio impossibile. Se manca, viene fuori un suonare seduto, non elastico. Che può andar bene per il rock, ma non per il jazz.


Ecco perché a quel punto ci siamo ritrovati immobili come un sasso sulla sedia su cui prima saltavamo.

Cioè senza swing.



Adesso che abbiamo scritto la frasetta finale a effetto, dobbiamo precisare: l’ottimo Siniscalco è uno che suona benissimo, ma in quel momento forse era distratto o stanco, o forse distratti e stanchi eravamo noi, oppure gli è scappata così; insomma, l’abbiamo proprio sentita la mancanza. L’assenza di quell’essenziale qualcosa che tutti gli esperti di jazz si affannano a cercare di definire, senza mai riuscirci. Magari non bisogna neanche dare troppa importanza alle leggi della fisica. In realtà conta il cervello, forse il cuore, certo le mani del musicista.

Vogliamo essere ovvii fino in fondo? E allora citiamolo, il famosissimo titolo: “It don’t mean a thing if it ain’t got that swing” (“Non vuol dire proprio niente se lo swing risulta assente”)!