Solo gli indipendenti possono salvare il cinema italiano

Riflessioni a margine del VI Meeting Internazionale del Cinema Indipendente

Pier Paolo Pasolini alla cui morte è dedicato il film La Macchinazione

Pier Paolo Pasolini alla cui morte è dedicato il film La Macchinazione

David Grieco 9 marzo 2017

Torna a Matera, dal 15 al 19 marzo, il Mici, VI Meeting Internazionale del Cinema Indipendente, nato per iniziativa dell'Agpc (Associazione Giovani Produttori Cinematografici Indipendenti) che riesce ogni anno a coinvolgere in numero sempre maggiore altre associazioni importanti (Fice, Anec, Agis) che raggruppano a loro volta i sostenitori storici del "cinema d'essai", gli esercenti italiani, e altre categorie.
Durante il Mici, verranno presentati film italiani e stranieri ancora inediti in Italia e si terranno dibattiti sul futuro del cinema indipendente con partecipanti illustri provenienti anche da altri paesi europei.

Questa è davvero una bella notizia. Il cinema indipendente italiano sta alzando la testa e può diventare una realtà con cui il Ministero dei Beni Culturali (Mibact) e la cricca che monopolizza quel poco che resta della gloriosa industria del cinema italiano dovranno prima o poi fare i conti, anche alla luce del clamoroso fallimento della privatizzazione di Cinecittà. I prestigiosi stabilimenti che tutto il mondo ci invidia (Cinecittà è uno dei marchi italiani più conosciuti all'estero) sono improvvisamente tornati ad essere di proprietà dello Stato e Cinecittà dovrà pertanto essere rilanciata in termini esclusivamente cinematografici, al fine di sventare le manovre "palazzinare" che da anni mirano a farne l'ennesima foresta di cemento urbano.
Tutto ciò non a caso accade proprio nel momento in cui si stanno discutendo i decreti attuativi di una nuova legge sul cinema che sembra essere riuscita (un miracolo alla rovescia) ad essere ancora una volta peggiorativa della precedente.
Una legge, ancora una volta, tutta piegata in favore della televisione, nell'obiettivo di ridimensionare una volta per tutte, diciamo pure per sempre, il cinema italiano e ciò che rappresenta.
È una tendenza, questa, che viene da lontano.
Tutto iniziò nell'immediato dopoguerra, quando Giulio Andreotti vide "Ladri di biciclette" di Vittorio De Sica e disse che i panni sporchi si dovevano lavare in casa. Ma nonostante il suo anatema, il neorealismo italiano conquistò il mondo.
E allora vennero gli anni della censura e dei sequestri, anni di scandalosi rigurgiti fascisti che durarono fino alla fine degli Anni Settanta.
Anche in quella occasione, i vari Andreotti vennero però clamorosamente sconfitti. Se un film veniva sequestrato, e poi dissequestrato, la gente correva in massa a vederlo. Senza contare che l'industria del cinema si era fatta furba e presentava sempre in prima battuta i film "pericolosi" all'Aquila, dove c'era una Procura illuminata che si batteva contro la censura e li "scarcerava" rapidamente.
Qualcuno si chiederà il perché di un tale accanimento della destra italiana nei confronti del cinema. Non è difficile da spiegare. Il cinema è un mezzo straordinario, un film è la metafora più potente per raccontare la realtà che si evolve, con tutti i suoi problemi e tutte le sue ingiustizie. Film come "Le mani sulla città" di Francesco Rosi o "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" di Elio Petri si sono dimostrati molto più efficaci di qualunque articolo, reportage o opera letteraria nel denunciare intrighi e storture. Il cinema è potente e inviso a chi detiene il potere. Oggi come ieri. Ho personalmente avuto modo di verificarlo in questi mesi con il film "La Macchinazione" sulla morte di Pier Paolo Pasolini.
Negli Anni Ottanta, la destra italiana al potere concepì dunque una nuova strategia per neutralizzare il cinema. Dopo essersi resi conto che qualunque attacco al cinema italiano finiva per ingigantirne il consenso popolare, i vari Andreotti capirono che occorreva potenziare l'unica, possibile alternativa al cinema, vale a dire la televisione. È in questa prospettiva che nasce il sostegno all'emittenza televisiva illegale, privata e selvaggia e al suo più che torbido magnate, Silvio Berlusconi.
In quegli anni, l'Italia è l'unico paese europeo dove è possibile vedere sul piccolo schermo casalingo prima decine, poi centinaia di cosiddette "TV private". Data la più che mediocre qualità delle trasmissioni, nessuno ce le invidia. Ma in quei giorni, gli altri cittadini europei si chiedono e chiedono spesso agli italiani come e perché sia nata nel nostro paese una simile giungla televisiva.
Il resto è storia. La Corte Costituzionale dichiara inammissibili tutte queste televisioni private e il 16 ottobre del 1984 tre pretori "spengono" le reti Fininvest, Canale 5, Retequattro e Italia Uno. Quattro giorni dopo, il Presidente del Consiglio Bettino Craxi emana un decreto legge per rimetterle in attività legittimandone l'abusivismo. Il 28 novembre, il decreto legge viene giudicato anch'esso istituzionale. Ma il 6 dicembre del 1984, per far passare l'ennesimo decreto legge in favore di Berlusconi e delle due Tv (appoggiato anche da Biagio Agnes, dominus democristiano della Rai) Craxi pone addirittura la fiducia e ne ottiene l'approvazione.
Ciò che accadde poi, non si può dimenticare. L'Italia divenne una Repubblica Televisiva, Silvio Berlusconi andò al potere dopo la fuga di Craxi a Hannamet e sostanzialmente vi rimase per più di un ventennio. Nel frattempo, il cinema italiano esaurì a poco a poco la sua spinta e tranne alcuni brevi momenti di gloria, eccetto alcuni piccoli miracoli come "La vita è bella" di Roberto Benigni, scomparve dalla ribalta internazionale.
Ma l'attenzione di chi voleva fare del male al cinema italiano è sempre stata vigile. Vent'anni fa, in piena crisi del cinema, molte grandi, vecchie e importanti sale cittadine hanno chiuso i battenti. Anziché ristrutturarle e farle diventare multisale come hanno logicamente pensato di fare in tanti paesi europei a cominciare dalla Francia, in Italia sono state trasformate in parcheggi, in supermercati e il più delle volte in quelle famigerate "Sale Bingo" che non hanno mai funzionato e sono presto diventate piccoli regni della malavita. Ma le "Sale Bingo" sono state anche il prezioso cavallo di Troia di chi voleva introdurre in Italia la presenza massiccia delle slot machines, che oggi nel nostro paese sono assai più numerose di quelle che si possono trovare a Reno o a Las Vegas.
Come potete constatare, in nome del cinema in Italia si può fare tutto e il contrario di tutto.
Il tempo è trascorso, e oggi il cinema italiano versa in uno stato piuttosto pietoso. Eppure basta andare in un altro paese per sentirsi chiedere, in ogni momento, "ma che fine ha fatto il cinema italiano?".
Il cinema indipendente, se continua a darsi da fare come al Mici che si terrà dal 15 al 18 marzo a Matera, è l'unico che un giorno potrà forse dare a questa domanda la risposta che tutti coloro che amano il cinema italiano stanno aspettando.
Per questo motivo, non posso che rivolgere a loro i miei più sentiti auguri.