Mino Argentieri, critico e professore sempre oltre ogni schema

Era un uomo libero, un intellettuale libero. Ha passato molti anni a studiare il rapporto potere-censura

Mino Argentieri

Mino Argentieri

Vincenzo Esposito 2 aprile 2017

di Vincenzo Esposito

Il 22 marzo è morto a Roma Domenico (Mino) Argentieri: critico cinematografico (ha scritto per l’Unità e Rinascita), storico del cinema, ordinario di Storia del Cinema all’Istituto Universitario Orientale di Napoli, fondatore e direttore  della rivista Cinemasessanta e della Biblioteca del Cinema “Umberto Barbaro” di Roma.

«Per me - diceva Mino Argentieri - il cinema è sempre stato soprattutto un modo per conoscere il mondo, la sua storia, i suoi uomini». Fu proprio la Storia a portargli via molto presto un uomo importante: suo padre, che, infatti, dovette espatriare, lasciare la famiglia quando Mino era ancora bambino, durante gli anni del fascismo, e andarsene dall’altra parte del mondo. Se ne andò in America, e lì si unì per un po’ ai gruppi di anarchici, ai cantori degli operai, a quelli che avrebbero dato un contributo fondamentale alla formazione del movimento sindacale statunitense. Questo prezioso pezzo di memoria della sua infanzia me lo raccontò in Svezia, alla fine degli anni ’90, dove era venuto a inaugurare la prima edizione del Festival del Cinema Italiano di Stoccolma (che quest’anno compie vent’anni), che avevo fondato lì proprio grazie al suo aiuto, agli indispensabili consigli del mio professore.
Mino lo avevo incontrato più di dieci anni prima, all’Istituto Universitario Orientale di Napoli: io giovane studente, lui professore ordinario di Storia del cinema (Argentieri è stato, tra le altre cose, un pioniere dell’insegnamento del cinema nelle università italiane, inaugurando la sua cattedra nel 1974). Prima che lui diventasse semplicemente Mino e io Vincenzo, cioè prima che cominciassimo a darci del tu e diventare amici, lui era il professore e io Majakovskij: già, era così che mi chiamava, scherzando, durante i primi anni di università, perché sosteneva che somigliassi al grande poeta russo. Io, all’epoca, nemmeno sapevo chi fosse Majakovskij, oggi è il mio poeta preferito; una delle tante passioni che “il professore” mi ha lasciato in eredità. Quelle di Mino non erano solo lezioni di cinema, erano “lezioni di vita”. Del resto, lui stesso non si definiva un “cinefilo”, non era uno di quei “filmologi” che amano spaccare il fotogramma in quattro, però era capace di discutere per ore di un film che gli era piaciuto, scatenando emozioni in chi lo ascoltava. Come quella volta che, passeggiando sotto la pioggia, tra i vicoli di una Napoli di fine anni ’80 che già si preparava alle festività natalizie, mi parlò per la prima volta di un’opera antimilitarista e pacifista che amava molto, e che non avevo ancora visto: L’arpa birmana di Kon Ichikawa, riuscendo nell’impresa quasi impossibile di far vibrare intorno a noi le corde poetiche di quel capolavoro della cinematografia giapponese.
Il modo elegante di gesticolare, la coppola calata in testa à la Jean Gabin (uno dei suoi attori preferiti), la sciarpa rossa, il sorriso irresistibile, lo spettro armonico della voce, facevano di Mino una specie di sciamano, il cui compito principale non era quello di farti vedere e capire i film, ma di farteli (ri)vivere sul piano delle emozioni. Era sempre da lì, dall’emozione, che partivano le sue impeccabili analisi, anche quelle che poi si trasformavano in rigorose interpretazioni politiche. Parlava dei film americani di genere e dell’avanguardia sovietica con la stessa passione, di Minnelli e Kurosawa con lo stesso trasporto. Chi pensa che Mino sia stato un marxista ortodosso, il critico cinematografico di riferimento del vecchio Pci, non l’ha mai conosciuto a fondo. Non era un “massimalista”, così come non era un “barone” universitario. Era un uomo libero, un intellettuale libero! Non a caso ha passato molti anni a studiare approfonditamente i meccanismi della censura e i rapporti tra cinema e potere, pensiamo ad alcuni suoi libri di grande valore scientifico, come: La censura nel cinema, L’occhio del regime, L’asse cinematografico Roma-Berlino, Schermi di guerra.
Le sue recensioni per l’Unità o per Rinascita partivano da Botteghe Oscure, è vero, perché era in quella sede che spesso le scriveva, «ma non le facevo mica leggere prima a Togliatti per farmele approvare», diceva, «anzi, capitava, a volte, che dopo averle lette sul giornale, Togliatti non fosse d’accordo con me». Argentieri era sempre oltre ogni schema: come critico, come professore, come uomo. Dentro o fuori dall’università, dalle sedi di partito e da quelle dei giornali, rimaneva, in buona sostanza, un comunista - per così dire - “umanista”.
«Se vuoi conoscere il cinema - mi disse una volta - leggi i libri». Sì, ma quali? «Tutti!», aggiunse. I suoi racconti di cinema, di letteratura, di teatro, di arte e vita si consumavano senza fretta, mentre ce ne stavamo seduti al bar Cottini di Roma o in una pizzeria di Napoli, oppure sbirciando tra le bancarelle di un mercatino. Faceva rivivere Lorca e Leopardi, Dostoevskij e Simenon, Brecht e Mejerchol'd, e li faceva dialogare con i ricordi dei (suoi) fantasmi del dopoguerra, con le sue prime esperienze culturali come assistente sociale e animatore del circolo del cinema Chaplin di Roma. Ora ci sarà anche il suo fantasma ad accompagnare le nostre future narrazioni. Buon viaggio, professore. Ciao, Mino. Grazie di tutto!