L'Italia e Pasolini ieri come oggi

Una lettera del pittore Nicola Filazzola scritta nel 1975, poco dopo la morte di Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

globalist 28 ottobre 2018

Pubblichiamo un interessante ricordo di Pier Paolo Pasolini scritto a caldo, nel novembre del 1975, dall’artista e scrittore lucano Nicola Filazzola, pittore di fama internazionale. Questo articolo venne pubblicato, a suo tempo, dalla rivista “Territori” che purtroppo non esiste più da lungo tempo. Un articolo che sembra scritto oggi, perché i problemi del nostro paese (sia per quanto riguarda l’omofobia, sia per quanto riguarda l’abbandono del Sud, e anche per quanto riguarda la crisi della Sinistra) a quanto pare, sono ancora e sempre gli stessi.


Caro Direttore,


mi trovo a Roma per la mia mostra nella capitale; ho da poco visitato il luogo dove, solo alcuni giorni fa, si è consumata quella che Paolo Volponi, parlando della morte di Pier Paolo Pasolini, ha definito una tragedia nazionale. Tuttavia, a pochi è dato di cogliere l’umore di un caso che andava invece dibattuto soprattutto in periferia e in termini del tutto nuovi. Ed è questa la ragione per la quale Ti invio la presente lettera.


Non ti nascondo l’interesse per la complessa vicenda e le sue non accidentali cause, che, molto probabilmente, non mi permetteranno di articolare un discorso completo e organico, il quale richiede tempo e mestiere; nondimeno, una cosa resta chiara sin d’ora: ed è la mancanza di dibattito, da parte della provincia, attorno alla morte di Pasolini. Era questa l’occasione per compiere un passo avanti, un salto di qualità: verificare, insomma, una situazione culturale.


Tutto ciò, però, non c’è stato. A mio parere, ossia secondo la mia cultura, non si firmano autentiche operazioni culturali, senza tenere conto di tutte le voci presenti nel dibattito. Quella di Pasolini, proprio per la sua complessa e inquieta ricerca, per quel personale innocente modo di impostare l’assalto, di colpire chi andava colpito (ovvero «il consumismo», come causa principale del «cataclisma antropologico»), era una delle voci di cui la società, anche dopo la sua morte, non dovrebbe fare a meno; invece, e lo sappiamo bene, sono passate, attraverso i canali di cui la provincia dispone, la meccanica e le sequenze dell’azione criminosa. Silenzio completo, come vuole la consuetudine, sul risvolto della vicenda.


Come presunti uomini di cultura, non possiamo rimanere insensibili di fronte alla gravità dei due veri problemi che la morte dello scrittore di Una vita violenta ci ha così atrocemente ribaltato. Problemi che erano già lì, nella grossa macchina color metallo, allorché due uomini, uno giovanissimo e l’altro meno, si dirigevano verso le borgate del sottoproletariato romano. Prima, cioè, che la vicenda sanguinosa si consumasse. Ed è, da una parte, la condizione umana dell’omosessuale, i cui problemi non vanno certo risolti ignorandoli, fingendo che la questione sia esclusivamente di competenza della scienza; dall’altra, l’Italia dei disoccupati. Un male, quest’ultimo, che si fa sempre più insostenibile, anche per l’incalzante crisi economica e politica del nostro Paese. Ma è il Mezzogiorno a risentire tutto il peso e il malessere, con i suoi giovani costretti a bighellonare tutto l’anno, nelle grandi come nelle piccole città, alla mercé del vizio, del ricatto, del furto facile, dell’omicidio. Sono questi i veri problemi per chi voglia misurarsi con un poeta grande quanto Dante, Leopardi.


Territorio, giornale sorto da poco tempo, ha il dovere di raccogliere integralmente queste realtà e farne motivo di dibattito per il proprio pubblico, ma anche per se stesso, se si è veramente per un giornalismo nuovo, e si vuole un giornale che aspiri ad assolvere un ruolo non certamente facile, com’è appunto quello del giornalismo moderno (profondamente legato alla società e ai suoi non pochi problemi), chiamato a verificarsi continuamente: anche per i mutamenti a volte repentini di un territorio. In tutti noi deve rinascere una concreta partecipazione democratica, unita al gusto per la cultura come fatto critico.


Volendo uscire dal generico, per una riflessione circoscritta alla nostra regione, è incredibile come questa, ormai prossima a toccare gli anni Ottanta, vada ancora avanti con le sole pagine della «Cronaca della Basilicata» di alcuni quotidiani. Con una situazione così precaria, come non intravedere autentiche frenature al processo di emancipazione democratica della gente di Lucania? Lascio a Te immaginare quali conseguenze questi canali hanno avuto nella formazione di tanti strati della nostra società. Quando si è voluti uscire dalla monotonia della notizia, lo si è fatto con austere celebrazioni, o, secondo le stagioni, con vere e comode esaltazioni del personaggio di turno.


Mi pare logico, perciò, concludere evidenziando la necessità di una nuova cultura, e non come si è sempre fatto, ogni qualvolta torna di attualità il Mezzogiorno, con una politica culturale specificatamente meridionalista. I momenti di verifica non bisogna attenderli, né cercarli: essi sono negli eventi come nella pratica di ciascun singolo; nell’orgoglio di nuove coscienze.


Grazie per lo spazio che il tuo giornale vorrà concedere al mio intervento.


 


Nicola Filazzola


Roma, novembre, 1975