Quando i fascisti, pagati dagli agrari, assaltarono le Leghe dei contadini

Era il 23 gennaio del 1921 e le squadracce di Mussolini, organizzarono una 'spedizione punitiva' contro i lavoratori che lottavano per i propri diritti

Gli assalti degli squadristi fascisti

Gli assalti degli squadristi fascisti

Giuseppe Costigliola 23 gennaio 2019

Nel gennaio del 1921 l’Italia è allo sfacelo. Mese dopo mese, giorno dopo giorno, lo Stato liberale si sta liquefacendo: i governi che si avvicendano dopo la devastante stagione della guerra palesano la più totale inettitudine, farseschi e balbettanti nella politica estera come in quella interna. Le città del nord sono in subbuglio, la Pianura padana è un continuo rigurgitar di sangue. Armati e finanziati dagli agrari che da sempre spadroneggiano sfruttando bestialmente i lavoratori della terra, squadre di delinquenti in camicia nera mettono a ferro e fuoco i centri e le campagne del Veneto, dell’Emilia, della Romagna. Vanno in giro a bastonare ed ammazzare contadini ed operai "rossi”, i politici socialisti che li rappresentano nei comuni e in Parlamento, chiunque manifesti idee diverse dalle loro. Incendiano e distruggono Camere del lavoro, sedi di organizzazioni operaie, delle leghe contadine, case, fienili. Il cuore della civilissima Italia si è trasformato in un autentico inferno. Tutto questo nell’impunità più assoluta: il fascismo rurale, infeudato agli interessi dei grandi possidenti, può contare sulla connivenza degli apparati periferici dello Stato, sull'aperto appoggio delle forze dell’“ordine”, sul sostegno di gran parte degli organi di stampa a tiratura nazionale che difendono gli interessi di classe dei loro finanziatori: tutti uniti contro il “pericolo bolscevico”.


Dopo la strage di Bologna del 21 novembre 1920, con decine di morti e feriti, il Corriere della Sera se n’era uscito con questo corsivo: “Di chi è la colpa? Chi se non il Partito socialista aspira in Italia alla guerra civile? Chi se non il Partito socialista crea e vuole questo ambiente di battaglia selvaggia? La battaglia trova necessariamente i suoi combattenti anche dall’altra parte”.


È in questo clima mefitico che ha luogo la “spedizione punitiva” che parte da Ferrara il 23 gennaio 1921, messa in atto dai fascisti con l’obiettivo di distruggere le leghe contadine dei sobborghi rurali e dei paesini del circondario estense, ricordata come la prima concepita con metodi spiccatamente militari. I camion e le armi, come sempre, sono stati messi a disposizione dall’Agraria, l’obiettivo sono le leghe di San Martino, Aguscello, Denore, Cona, Fossanova San Marco, Fossanova San Biagio.


Intrippata di acquavite tracannata al Caffè Mozzi, lo storico locale che si apre in corso Roma, proprio davanti al loggiato del Castello estense, la turba della “Celibano” si raduna sul piazzale della stazione delle corriere. A battezzare con quel nome la squadra fascista ferrarese è stato Arturo Breviglieri, membro del Fascio di combattimento della città fin dalla sua costituzione, ex mitragliere nei reparti d’assalto e impiegato presso la ditta Bignardi & Co. A ispirarlo è stato il dolciastro liquore a base di ciliegie, noccioli e polpa dentro cui lui e i suoi compari annegano i loro folli sogni: “Celibano” è la storpiatura di “cherry brandy”.


Eccoli lì, allupati dall’odore del sangue che faranno scorrere, infoiati dal potere di chi può esercitare la violenza sui propri simili senza scontarne il fio. Sono uomini diversissimi per condizioni di nascita e per mestiere, accomunati dallo stolido fanatismo verso un’idea barbarica, dall’incapacità congenita di immaginare un mondo pacifico e democratico: ex arditi delusi e frustrati con la divisa ingombra di nastrini, esaltati rampolli di famiglie di possidenti incanagliti dalle conquiste dei “rossi”, piccoloborghesi inetti invasati dell’estetica legionaria, attaccabrighe di ogni risma, avanzi di galera. Insomma, un’accozzaglia violenta e ottusa, legata da un patto delirante, gente “vuota da ogni contenuto politico e ideale”, come ha dovuto riconoscere Marinoni, l’ispettore inviato da Mussolini nella sua qualità di capo del fascismo dopo l’eccidio del Castello estense avvenuto nell’autunno del 1920.


Accanto a Breviglieri, intruppato nella masnada della “Celibano”, c’è un giovane avventuriero spuntato fuori dal nulla: Italo Balbo. Su costui circolano storie strane. Soltanto un mese prima ignorava chi fossero i fascisti, cosa volessero. Stava giocando a poker nel retro di un caffè, mentre davanti al Castello estense si tenevano i funerali di tre squadristi rimasti uccisi negli scontri con i socialisti. Incuriosito dal tumulto, aveva levato dalle carte il faccione annerito da un folto pizzo e sormontato da una chioma ribelle, s’era sporto dalla soglia e aveva chiesto: “Chi li paga quelli là?” Quando poi gli avevano offerto di entrare nel fascio, aveva chiesto come contropartita uno stipendio mensile, la nomina a segretario politico e un impiego fisso in una banca di proprietà del presidente dell’Agraria, l'onnipotente Vico Mantovani. Ecco il grande eroe che adesso scalpita per fracassare crani rossi.


All’incrocio di Stellata i camion carichi di squadristi si separano: due squadre fanno rotta verso Cona e Fossanova, le altre puntano su Denore e Aguscello. Alcune auto li attendono all’ingresso dei paesi: gli agrari accolgono i fascisti, indicano loro gli obiettivi da distruggere. La resistenza che trovano è blanda. Ad Aguscello i contadini della lega provano a difendersi con qualche forcone, qualcuno imbraccia un fucile da caccia alle quaglie. Gli assalitori hanno vita facile, devastano i locali della lega contadina, portano fuori sulla piazza i pochi mobili raccolti con fatica e tra canti menadici si danno a sfasciarli, a che tutti vedano. I carabinieri, poi, preventivamente allertati, completano l’opera arrestando i socialisti che si sono difesi col fucile a pallini. Le cose vanno così, l’Italia è sottosopra, le cerniere dell’ordine civile e democratico sono ormai saltate: la barbarie dilaga indisturbata.


Ma non è finita. Esaltati dalla facile pugna, gli aggressori saltano sui camion e si dirigono a Denore, ingollando vino e intonando a squarciagola i loro lugubri inni: “Il mondo sa che la camicia nera / si indossa per uccidere e morir”. All’imbocco del paese c’è l’agrario Giuseppe Gozzi, che tra un saluto romano e uno sghignazzo li guida verso la sede della lega contadina. Italo Balbo smonta dal camion brandendo con fierezza la mazza ferrata che gli austriaci usarono in guerra nella Strafexpedition per sfondare i crani dei nemici feriti. Stavolta, però, i socialisti si difendono con accanimento. Lo scontro è furibondo, un fascista estrae la pistola e ferisce gravemente due contadini. Ancora devastazioni, le consuete scene di orgiastiche distruzioni, poi di nuovo sui camion, si va a radere al suolo l'indifesa sede della lega di San Biagio. Ecco, adesso gli squadristi della “Celibano” e gli sgherri di Balbo sono paghi, si sono guadagnati la sbornia al Caffè Mozzi, l’abbuffata di salama speziata al sugo piccante, la notte di lussuria al bordello della Rina in vicolo Arnaldo da Gaggiano.


E così, in un biennio di brutalità e di soprusi fisici e morali, abituando gli italiani alla violenza e al buio della ragione, i futuri governanti dell’Italia conquistarono il potere. A spianar loro la strada la connivenza dei ceti dominanti, l’imbecillità dello stato liberale, la miopia e l’autolesionismo dei leader socialisti, l’adesione ebete dei piccoloborghesi, l'ignavia dei più. Loro però, gli italiani di quel tempo, una scusante forse l’avevano: nella modernità dei Paesi civilizzati non era mai accaduto un simile ritorno della barbarie.


Noi oggi, invece, l’abbiamo? Certo, i tempi sono mutati, il sangue non scorre, ma l’intolleranza, l’inciviltà, l’inumanità che ci circondano non sono le stesse?