Dialogo muto con i migranti

Rileggendo gli appunti presi due anni orsono dopo aver incontrato due migranti ospiti di Castelnuovo che andavano al lavoro su biciclette scassate. Ma erano felici

Cara di Castelnuovo di Porto

Cara di Castelnuovo di Porto

globalist 31 gennaio 2019
di Ivano Di Carlo
Una mattina, scrissi qualcosa a metà tra un appunto e una poesia incontrando due ragazzi africani che andavano in bicicletta lungo la Traversa del Grillo di Castelnuovo di Porto. Stavano andando al lavoro e sprizzavano gioia da tutti i pori su quelle vecchie bici scassate.
Questo avveniva due anni prima dello sgombero fascista del 'Cara' di Castelnuovo di Porto. Sono due di quelli che sono stati deportati come bestie chissà dove...
Mi è sembrato che i loro occhi mi parlassero. E queste sono le parole che mi è parso di udire:
Fratello dell'altra sponda, non giudicarmi male perché vesto i tuoi vecchi abiti che hai buttato, perché raccolgo ciò che getti via. Non voltarti quando mi incroci. È già difficile per me. Credimi e accettami in questo stato. A me basta anche la tua acqua sporca, a casa mia non ne avevamo più neanche da bere.
Siamo fuggiti da guerre, fame e carestie. Siamo venuti da lontano. Ci bastano le tue briciole di pane, come quello di cui si parla nelle vostre chiese. Nelle nostre terre, senz'acqua, non cresceva più niente. Ne' grano, né futuro per i nostri figli. La tua vecchia bicicletta, quella che hai abbandonato senza più pensarci, per noi è un sogno. Un sogno di libertà. La libertà di muoverci.
Anche dormire sotto un ponte, senza che qualcuno ti tagli la gola, è un dono divino. Non avevi mai pensato a tutto questo, fratello dell'altra sponda? La nostra vita è così. Fermati un attimo e pensaci. Capirai e accetterai che i nostri figli possano diventare amici dei tuoi. E tu, da genitore, permetterai a noi di costruire, come fai tu, un giusto futuro per tutti loro.

*Associazione Enrico Berlinguer Quadraro