Il rastrellamento del Quadraro: quando i nazifascisti deportarono 947 romani

Il 17 aprile del 1944 le truppe tedesche circondarono il quartiere considerato un 'covo' di partigiani per ucciderli. Poi li trasformarono negli 'schiavi di Hitler'. Molti di loro non tornarono a casa

Il rastrellamento del Quadraro

Il rastrellamento del Quadraro

globalist 17 aprile 2019

Settantacinque anni fa i tragici avvenimenti del 17 aprile del 1944, episodio storico noto come il rastrellamento del Quadraro, nel quale vennero catturati tutti i maschi con un’azione militare massiccia ed improvvisa circondando il quartiere alle 5 del mattino, infine ben 947 (secondo la testimonianza di Sisto Quaranta, uno dei reduci) selezionati tra i 16 ed i 55 anni, furono portati nei campi di concentramento di Fossoli come prigionieri politici con il triangolo rosso appuntato sul petto. Essendo il quartiere noto come covo di partigiani, ricettacolo di renitenti alla leva, sabotatori ed oppositori al regime, il progetto iniziale era la loro eliminazione, piano convertito successivamente con la deportazione da Fossoli in alcune località nel cuore dell’Europa in mano ai nazisti, condizioni di vita ai limiti della sopravvivenza e possibilità di ritorno inesistenti. Questi prigionieri infatti, insieme a molti altri ricordati successivamente come “gli schiavi di Hitler, furono trasformati in “lavoratori volontari” facendo loro firmare, con la forza, un impegno scritto in lingua tedesca.
La storia della Resistenza romana nei fatidici 271 tragici giorni dell’occupazione nazista, è densa di avvenimenti che sono noti a molti, ma per avere un doveroso quadro completo della resistenza rimangono ancora da narrare e da ricordare, soprattutto alle giovani generazioni, i fatti non meno importanti avvenuti in zone limitrofe, ma non per questo meno significativi e carichi di conseguenze, tra questi anche quel terribile e massiccio rastrellamento. Ecco che Roma non può dimenticare, per onestà civile (anche per non ingenerare uno squilibrio nella memoria stessa, necessariamente dotata di cause ed effetti) una parte essenziale del suo territorio insanguinato, perché fu proprio in quel territorio, nel quadrante sud-est, nella zona compresa tra il Quadraro, Torpignattara, Centocelle e Quarticciolo, tra la Tuscolana, la Casilina e la Prenestina, che si giocarono giornalmente delle partite al alto rischio pagate molto care. Non a caso la zona dopo Porta Furba veniva considerata dai tedeschi già l’inizio del “fronte” e, come risulta dalle memorie del Console tedesco a Roma Eitel Moellhausen, pensando che i veri rifugi dei partigiani, dove potevano sparire senza lasciare traccia, fossero solo due, o il Vaticano o il Quadraro, definito con colorita e significativa espressione “nido di vespe”.



Non ultima ragione è quella di rendere giustizia all’eroismo di tanti piccoli e grandi atti di solidarietà sociale, senza alcuna istintiva od egoistica limitazione, e di rivolta contro la violenza, perché il fatto decisivo ai fini dell’efficacia delle azioni partigiane in queste zone, fu proprio il suo carattere di emancipazione popolare, l’impossibilità totale di fare distinzioni tra la parte combattente e quella che la fiancheggiava o appoggiava; la totale interdipendenza e cura delle azioni militari e quelle finalizzate al sostegno delle famiglie, come l’assalto ai forni e la spartizione degli alimenti. Questo reale e totale stretto vincolo di identificazione e dedizione tra civili, rifugiati, partigiani, personale medico e religioso non fu spezzato mai, fatto storicamente rimarchevole, né dalla tortura, né dalla repressione brutale, né dalle lusinghe di ricchissime ricompense alla delazione. Dopo il 17 aprile, data del rastrellamento, infatti la guerriglia riprese con la stessa forza.
Qui in pochi mesi ed in uno spazio limitato, c’è stata la più alta concentrazione di azioni partigiane di tutta la resistenza italiana. Il questore Caruso vi aveva mandato quel commissario di fiducia, Stampacchia, che arrivato il 21 di febbraio, già trovava sui muri delle scritte che ne minacciavano la futura esecuzione. Ma il Quadraro era veramente un nido di piccole e coraggiose vespe che colpivano e sparivano nella campagna…la via Tuscolana, l’aeroporto di Centocelle, la ferrovia erano fatte oggetto di continui attentati ed azioni di sabotaggio, qui erano stati inventati i chiodi a quattro punte che “pungevano” le ruote dei camion e fermavano le colonne in transito, qui la rabbia dei tedeschi aveva progettato da tempo la ritorsione non solo del rastrellamento e la deportazione in massa di tutti i maschi, ma la stessa distruzione totale del quartiere con il fuoco e la dinamite. Altre vicende fanno da contrappunto all’arroganza dei nazifascisti, le imprese di Giuseppe Albano detto il Gobbo del Quarticciolo, l’uccisione del commissario di polizia Stampacchia, i martiri del Quadraro fucilati alle Fosse Ardeatine e quelli incarcerati a via Tasso, l’opera di Padre Don Gioacchino Rey che, non potendo salvare le persone come tentò di fare, salvò il quartiere dalla progettata distruzione completa dopo il rastrellamento, evidentemente con l’obiettivo strategico di sgomberare in modo definitivo la strada di ritorno dal fronte di Anzio.
Roma era uscita dal primo dopoguerra, nella crisi generale, con sue proprie caratteristiche socio-culturali che ebbero un peso ed un valore nella peculiarità dei suoi episodi di Resistenza e nello statuto violato di Città Aperta. Divenuta già meta di crescente immigrazione, causata più dalla miseria delle campagne e del meridione, piuttosto ché dall’esistenza di reali possibilità lavorative, non essendo né rischiando di divenire una città industriale, non possedeva strumenti per l’integrazione dei vari ceti delle varie classi nell’unità urbana, ma non poteva nemmeno far perdurare il metodo diretto di reciproca convivenza e conoscenza che aveva sostenuto la piccola Roma papale. Il fascismo, con miope lungimiranza e predisposizione al culto della scenografia, contribuì ad acuire la spaccatura tra la Roma borghese e la Roma popolare, con quei provvedimenti che ufficialmente vennero presi per alleviarla; apertura di spazi celebrativi di un passato storico selettivo sulla romanità imperiale e conseguente sventramento e demolizione dei quartieri poveri nel centro della città, conseguente allontanamento topografico degli stessi.
L’abolizione della tassa sulle aree fabbricabili (e l’archiviazione del piano regolatore del 1909) per consentire un intenso sfruttamento di tutte le aree possibili ai margini del nucleo cittadino, permise di speculare sull’edilizia e di realizzare, per qualcuno, guadagni alti e facili, approfittando del bisogno. Roma allora non cercò più il suo equilibrio urbano nell’integrazione della periferia.
Se nel 1920 il boom edilizio aveva avuto un incremento del 100 per cento, la crisi perdurava nella situazione economica, e non poteva essere diversamente, date le condizioni causali che si andavano sommando. Gli immigrati, per la maggior parte privi di un mestiere qualificato, ingrossavano le file dei disoccupati e dei sottopagati, a volte di delinquenza comune, e andavano ad occupare tutti gli spazi disponibili (compresi i terreni abbandonati della campagna romana) insieme con gli abitanti dei quartieri poveri, demoliti nel centro della città. In queste prime periferie eterogenee e disperate sorsero numerose baracche e costruzioni abusive (che aumentarono spaventosamente dagli anni ’50 e sorsero poi anche intorno alle rovine romane e l’acquedotto Felice). Quando si parla invece della borgata Quadraro, bisogna fare alcune considerazioni e distinzioni, per valutare quella miscela esplosiva che si compose lì (nel Quadraro vecchio che ancor oggi conserva il suo aspetto originario di piccolo paese, con le casette a due piani e i giardini) il pericoloso “nido di vespe”, come fu definito dai vertici tedeschi di occupazione, che controllava con azioni di insubordinazione e di vero e proprio continuo sabotaggio la via Tuscolana, una delle principali arterie di accesso e di transito per il sud ed Anzio, l’aeroporto di Centocelle e la ferrovia per i Castelli e per Fiuggi, la vicina Casilina, in una campagna piena di cunicoli e sottopassaggi scavati come cave di pozzolana, dove ci si poteva nascondere e sparire senza difficoltà


. (Già in epoca augustea la zona ricadeva in un'area particolarmente ricca di acquedotti, l'Alessandrino, il Claudio, l'Acqua Marcia, l'Anio Vetus e l'Anio Novus, in questi confluiva poi l'Aqua Iulia Tepula. Fra le varie presenze storico-archeologiche i resti della città chiamata Helenae Civitas Augusta, il Mausoleo di S. Elena, la necropoli lungo la Via Casilina, le catacombe, la "rotonda di Centocelle", il sepolcro degli Haterii, la "Torretta" di piazza dei Consoli, il Mausoleo detto "Monte del Grano”, a quell'epoca il punto più elevato della zona. Non essendoci costruzioni più alte di quello, proprio per questo uno dei principali punti di riferimento, ma anche un luogo di ritrovo al suo interno, come rifugio antiaereo durante i bombardamenti.) Nata da peculiari condizioni topografiche, storiche e sociali, fu una delle prime a formarsi, da nuclei di case che vennero edificati lungo le vie consolari, favorita anche dalla presenza di alcune piccole fabbriche nei dintorni e dalla presenza della ferrovia; ma a differenza dei baraccamenti improvvisati altrove, Torpignattara, come Centocelle e Quadraro (zone tra loro limitrofe e comunicanti) sono vere e proprie lottizzazioni. La gente arrivò con pochi gruzzoli e molto entusiasmo, poté allestire senza difficoltà, con la mentalità costruttiva di piccoli proprietari ed i mezzi dell'epoca, edifici di due o tre piani, secondo un ancora razionale uso del territorio, fra le campagne occupate fino allora da antichi casali, alcuni dei quali ancora oggi sopravvivono.
Roma invece finiva esattamente in via delle Cave, poi non c’era più niente, ovvero la campagna, che iniziava dove finiva il lavorio incontrollato della costruzione di abitazioni di ogni tipo, dalle casette plurifamiliari, ai depositi di materiali edilizi, alle botteghe artigiane, l’unico mezzo di comunicazione con il centro era il tranvetto della Stefer, questo, collegava così alla capitale, un avamposto urbano che conservava una vita addirittura paesana, abitato da gente semplice, ma dignitosamente operosa, in prevalenza piccoli commercianti, operai, muratori, artigiani. L’Italia dell’analfabetismo veniva curata precocemente con l’istruzione autodidattica, molti sapevano leggere e scrivere e l’opinione comune era che cultura servisse a non farsi abbindolare dalle strategie accattivanti del regime; in mezzo ai popolani vi erano anche alcuni intellettuali di questo tipo che dovendo lasciare il centro e abbracciando la causa dell’antifascismo, come i pionieri si adattarono ad un nuovo tipo di vita. Vi era una bella chiesa S. Maria del Buon Consiglio con un parroco combattivo e generoso Don Giovacchino Rey, Parroco al Quadraro dal 1929, una vita esemplare oltreché un noto antitedesco. Decorato quale cappellano militare nella guerra del ‘15-‘18 con medaglia al valore e croce di guerra, rifiutò la nomina a Vescovo per non lasciare i suoi parrocchiani ai quali si dedicò in ogni modo, raccogliendo i ragazzi nell’oratorio ed organizzando raccolte di viveri e vestiario per beneficenza, poi lo farà per tutti allo scoppio della guerra. Fu lui a redigere un elenco, anche se incompleto, delle persone deportate. Vi erano anche le suore belghe che fecero la loro parte in quest’opera, nascondendo persone scomode e uomini in occasione del rastrellamento.
 


*a cura di Carla Guidi, tratto da Storia XXI secolo, il portale dei siti di storia italiana