Cap Anamur, il racconto di Lillo Rizzo, fotografo: "Quel dramma umano antenato della Sea Watch"

Nell'estate del 2004 la Cap Anamur salvò dei migranti sudanesi: rimase bloccata a largo di Porto Empedocle per giorni. Una storia molto simile a quella della Sea Watch

Un migrante sudanese

Un migrante sudanese

Onofrio Dispenza 28 giugno 2019

Ha fotografato mezzo mondo e molti Sud del mondo, ma quando gli chiedo quali sono nella sua memoria, e nella memoria delle sue macchine fotografiche, le sue immagini più drammatiche, Lillo Rizzo non ha dubbi:" Le facce dei primi uomini che fuggivano da guerra e povertà, raccolti in mare e rifugiati in Sicilia". Immagini dell'altro secolo, che pensammo fossero la cronaca di una emergenza, sottovalutando che erano invece il segno che il mondo era cambiato, stava presentando il conto di ingiustizie diffuse, spalmate lì dove la povertà era divenuta scandalosa, insopportabile, e si sposava con la guerra, strumento di nuove ingiustizie, mezzo per imporre un ordine che andava contro civiltà e umanità.        Lillo Rizzo lo incontriamo sul molo del porto. Qui, a Porto Empedocle, a due passi dalla sua Agrigento, fino a qualche anno addietro c'era ancora la carcassa arrugginita della Cap Anamur, una nave umanitaria che segnò una storia alla quale abbiamo ripensato oggi, vivendo, in queste ore, la vicenda della Sea Watch. Una storia di quindici anni fa.
La Cap Anamur, una nave umanitaria tedesca che, nella notte del 20 giugno 2004, soccorse e recuperò 37 giovani africani, da un gommone alla deriva, e in avaria,  nel canale di Sicilia.


Respinta dal governo Berlusconi (ministro dell'Interno era Pisano) la Cap Anamur rimase al largo della costa agrigentina, fuori dallo spazio nazionale, per molti giorni, mentre a bordo la situazione si faceva pesantissima. Poi, la decisione del suo comandante e del responsabile dell'Ong, la nave che punta su Porto Empedocle e che trova ad attenderla un blocco di unità militari. Dopo molte trattative, prevalse il buon senso e la nave fu fatta attraccare, ma fu sequestrata e i suoi responsabili furono arrestati. Ne scaturì una lunga vicenda giudiziaria, alla fine della quale gli imputati furono tutti assolti. Anche allora, un vasto movimento di opinione si creò in Europa e in Italia a favore della Cap Anamur e del suo determinato equipaggio.


Come oggi, allora fu in gioco la difesa dei principi in forza dei quali la nave aveva agito, in apparente contrasto coi divieti legali, ma in accordo con il diritto del mare e i diritti umani costituzionalmente garantiti. Più volte, una delegazione dei Democratici di Sinistra, integrata da alcuni esponenti della sinistra culturale, con una piccola imbarcazione da diporto raggiunse la nave, che attendeva oltre le 18 miglia un'autorizzazione all'ingresso che le autorità italiane negarono fino all'ultimo. Verificarono a bordo le condizioni difficili dei naufraghi, ed anche la serietà e la determinazione dei responsabili del soccorso. Del gruppo, anche due fotografi, Tanto Siracusa e lo stesso Lillo Rizzo oltre ad un primo inviato del quotidiano l'Unità, Roberto Monteforte. Poi, altri inviati. Salirono a bordo, una lunga staffetta, ebbero modo di raccontare quella drammatica storia.


Dopo l'attracco, il capitano della nave, solido uomo di mare, il suo secondo e il responsabile della missione furono rinchiusi nel carcere di Agrigento. In città, Ds e intellettuali firmarono e fecero affiggere un manifesto che così diceva "Liberateli. Elias, Stefan e Vladimir, quelli della Cap Anamur, non sono malviventi, non sono scafisti, ma uomini generosi e coraggiosi che hanno salvato 37 vite umane".


Lillo Rizzo da 12 anni vive a Parigi, torna ad Agrigento appena può. Non manca di esserci quando si avvicina la festa di San Calogero, il santo nero venuto dall'Africa e in Sicilia venerato. Sancalò - come viene affettuosamente chiamato qui il santo nero - sapeva di medicina, e i miracoli li faceva col suo sapere. Qui, in Sicilia il colore nero in viso è sugli altari, portato in processione tra due ali di fedeli commossi, che in lacrime chiedono la grazia: una malattia in famiglia, una difficoltà economica. Baci al santo e pani profumati e benedetti per una grazia ricevuta.


Di Parigi con Lillo Rizzo abbiamo raccontato un altro fronte dell'immigrazione, l'umanità accampata a la Chapelle, cento e cento tende colorate nel cuore della capitale francese. Il freddo rigido dell'inverno, le cariche della polizia. Piaga rimasta aperta, purulenta, dice Lillo Rizzo. Ora gli immigrati sono accampati lì, nei pressi, in quella che si ormai si chiama "La collina dei drogati". Nell'abbandono delle istituzioni c'è chi lì ha insediato il business della droga. Altra "piaga" a la "Goutte d'Or", quartiere divenuto out, impossibile entrarci senza rischiare tanto, anche la vita. Bande giovanili in libertà.                                          Smettiamo di parlare di Parigi e torniamo a quei giorni del 2004, alla vicenda della Cap Anamur.
"Ero a Milano - ricorda Lillo Rizzo - lessi sul Manifesto una breve, la notiziola di una nave umanitaria che aveva raccolto un gruppo di sudanesi alla deriva nel Mediterraneo, nave che ora puntava verso la Sicilia. Provai a far capire che quella era una vicenda destinata a crescere. dapprima non fu capito, alla fine decisi di andare comunque in Sicilia, a Porto Empedocle, per provare a raggiungere la nave. A quel tempo non c'erano Ong che aiutavano i disperati che tentavano di arrivare in Mediterraneo, la Cap Anamur, una Ong tedesca, aveva a bordo medici e medicine per la Sierra Leone, fu un caso che si imbattesse in quel gommone".


Dapprima la barca a vela dell'amico Giovanni, per una prima incursione sulla nave, Poi altri giorni vissuti sulla nave, tra quei ragazzi africani fuggiti dalla guerra. Alle spalle quel che avevano lasciato e che mai avrebbero voluto rivivere. Dinnanzi a loro, vicine e assieme lontane, le luci di Porto Empedocle. Attorno alla nave che li aveva salvati, i mezzi della Guardia di Finanza e della Capitaneria. La tensione a bordo cresce, i giovani sudanesi non capiscono perchè non possono sbarcare, si temono atti di autolesionismo, atti disperati, possibili gesti irresponsabili. La notizia lievita, va oltre le frontiere, arrivano i primi inviati, altri fotografi, una troupe francese.


"Allora non c'era il digitale, per mandare le foto a Repubblica e al Corriere - ricorda Lillo Rizzo - dopo un paio di giorni dovevo tornare a terra, fare avanti e indietro. Ricordo il piglio dello straordinario comandante della nave,Elias. Ricordo che quando entrò nelle nostre acque, con una piccola e severa cerimonia, leggendo diritti e doveri, diede lo status di esuli politici ai sudanesi che aveva salvato e che attendevano di scendere a terra. Presente un avvocato, esperto di Diritto Internazionale. Molti volevano ricongiungersi a familiari che già erano in altri Paesi europei, diversi in Germania...In uno di questi lunghi giorni d'attesa, vennero sulla nave anche due padri comboniani africani, oltre al legale incaricato dall'ambasciata tedesca. La lunga, inutile attesa rese impossibile la situazione, a bordo il clima era esplosivo. Fu allora che il comandante, consapevole dei rischi, decise di forzare il blocco e spingersi all'ingresso del porto. Eravamo a mezzo miglio quando tra i profughi ci fu che tentò di buttarsi in acqua per raggiungere a nuoto il molo. Ricordo che l'epilogo si visse proprio nella domenica di San Calogero. Il giorno successivo ci fu lo sbarco, i sudanesi furono rinchiusi in uno dei vecchi centri di accoglienza, comandante ed equipaggio arrestati. Intervenne un decreto di espulsione. Ricordo la grande mobilitazione, anche attorno al carcere, ci furono degli incidenti, la polizia sparò i lacrimogeni. Alla fine il processo…".
Un processo nel quale furono decisive le testimonianze delle foto scattate in quei giorni tra la disperazione dei profughi; le testimonianze dei giornalisti (tra questi Francesco Viviano) che avevano raccontato quella vicenda drammatica. Foto e racconti che diedero ragione al comandante e al suo equipaggio. Assolti. La nave restò per un tempo lunghissimo, anche questa, testimone di quella vicenda. Poi arrugginita, fu disarmata, cancellata. Ora torna alla memoria; ora che guardiamo a Carola, altro capitano coraggioso, alla sua nave, laggiù, dove Lampedusa c'è ma da Porto Empedocle non si vede.