Ha detto «il no-Tav compete al Parlamento»: Giorgetti da alleato a servo dei padroni

Dopo la due giorni al Villaggio Rousseau parte la campagna contro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio: «Ha interessi a mantenere equilibri che appartengono all'ancien régime» accusano i grillini

Da sinistra, Matteo Salvini, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Giancarlo Giorgetti

Da sinistra, Matteo Salvini, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Giancarlo Giorgetti

Tommaso Verga 11 marzo 2019Hinterland
di Tommaso Verga
Weekend di «Villaggio Rousseau» per il movimento 5stelle. Due giorni del fine settimana incentrati sul/sulla blockchain (trad.: come controllare il voto), e sul/sulla brainstorming (trad.: letteralmente «tempesta di cervelli»; nella pratica, far emergere idee volte alla risoluzione d'un problema; nel caso: «totem da abbattere»).
Il risultato si misura con un lunedì dedicato a Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio. Colpevole di aver precisato che «Nessun c'è stato nessun passo indietro, per revocare il cantiere e chiudere il/la Tav occorre un voto del Parlamento». Nel quale la maggioranza è a favore della conclusione dell'opera.
Non l'avesse mai detto. Da stamattina il luogotenente di Matteo Salvini (qualche divisione recente sull'autonomia differenziata) «appartiene notoriamente al sistema, tanto che faceva parte dei saggi di Giorgio Napolitano, il “Sovrano Giorgio Napolitano...”. Ha portato tecnici per smontare la Tav e non sono riusciti. Ha interessi a mantenere equilibri che appartengono all'ancien régime».
Il ritratto, senza riserve e mezze misure, è di Ignazio Corrao, europarlamentare grillino, in diretta su Agorà, Rai3. Sebbene la conduttrice Serena Bortone non rinunci, inutile (impossibile) interloquire, l'onorevole è un torrente in piena, bersaglio del pesante e inusitato attacco – modello «perché la suocera intenda» – è la Lega di Salvini, l'alleato di governo, traducibile soltanto in «adesso vi facciamo vedere».
Plateale la divisione. Per quanto Luigi Di Maio neghi, è confermato dai fatti l'incarico ai fedeli di tenere accesa la polemica. Che dovrebbe andare a parare non si sa dove. A meno che la Lega non si converta all'opposto parere.
Colpiscono della monitorcommedia soprattutto i toni, tanta virulenza contro un leghista che (chissà non sia una colpa) sa leggere e scrivere. Non finisce qui. Perché nella filippica di Ignazio Corrao, esordisce una nuova formazione politica, quella del «partito preso», composto dai sostenitori del/della Tav: Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia e Pd. Dal che si arguisce che, secondo Corrao, Giancarlo Giorgetti ne è il rappresentante, visto che «appartiene al potere, ha interessi a mantenere certi equilibri. Meno male che c'è il M5s al governo».
Diversa latitudine, la contemporanea schitarrata del senatore Gianluigi Paragone, stessi concetti, persino parole, a Radio Cusano campus: «Giorgetti rappresenta il partito più anziano in Parlamento. Si fa carico di rappresentare una serie di poteri. Napolitano scelse proprio Giorgetti come uno dei suoi saggi, nel periodo in cui noi contestavamo l'operato di Napolitano. Mattarella parla per conto degli Usa, Napolitano idem, Giorgetti idem. Non vorrei che questo discorso dell'apertura alla Cina sia uno dei punti d'inquietudine degli americani» (ognuno scelga: dal criptico al contraddittorio).
«La nostra forza geopolitica – dice Paragone – sta nel Mediterraneo e quindi siamo partner degli Usa ma non esclusivi. Salvini è stato uno dei primi insieme a noi a capire che la politica delle elite fa male ai popoli, non capisco perché non si accorga che Giorgetti è l'interlocutore della tela che parte degli Usa. Sta dettando i tempi della Lega di Salvini o sta dettando i tempi di qualcos'altro?».
Quanto alla crescita della Lega nei sondaggi Paragone è caustico: «La forza elettorale la Lega ce l'ha nelle proiezioni dei sondaggi, che saranno veritieri perché notoriamente ci azzeccano al 100 per cento – ironizza –. Se Salvini vuole andare con Berlusconi, Brunetta e la Gelmini, allora gli dico: tanti auguri. Salvini è tattico intelligente e sa che la campagna elettorale con quella compagnia di giro non lo ringiovanisce, stare col Movimento invece gli fa bene».
Cosa succederà ora è difficile da immaginare. Proseguirà molto probabilmente la «politica dei segnali», del detto e non detto. In altri tempi e in altri orizzonti, metà delle cose di questa mattina avrebbe condotto alla crisi di governo. Qui invece, mentre si conferma la «rottura non dichiarata» tra i due partiti, Lega e 5stelle, si assicura che «tutto è a posto». Per Di Maio il/la Tav è argomento chiuso; per Salvini l'opera andrà in porto. Ma fino al 26 maggio scosse telluriche non ce ne saranno.
Resta Giuseppe Conte, il presidente del Consiglio che, per la prima volta, ha dichiarato di essere contrario al traforo. E di aver scritto a Macron e a Juncker per dire che del/della Tav il governo italiano ne tratterà dopo le elezioni europee. Non sappiamo se i due leader gli daranno retta. Per un motivo semplicissimo: Conte ha scritto a titolo personale, nessun atto ufficiale del governo italiano, nemmeno un pizzino dal Consiglio dei ministri.
Ma potrebbe essere una formalità. Perché, al termine del concerto di risolini, figurarsi se Macron e Juncker rifiuteranno l'invito a cena e la soddisfazione di ascoltare la supplica del Conte. Accompagnata dal commento sottovoce, «ah, questi italiani, prima ci sbeffeggiano, ci insultiamo, ci dicono parolacce, poi siccome serve il nostro aiuto ci invitano a cena. E noi andiamo. Tanto pagano loro, anche il vino...».