Di Maio a Tria: il Monopoli non ti piace? I soldi allora li metti di tasca tua

In una lettera a Confindustria, Giggino indica il tragitto, da Via Verdi a Largo Colombo. Ma per aprire i Bastioni del Gran Sasso occorre la formula magica: «minibot». Però il triministro non ne fa cenno. E i 'buffi' restano a 30 miliardi

Uno stupito Luigi Di Maio osserva il titolo del Fatto quotidiano dell'8 dicembre dell'anno scorso

Uno stupito Luigi Di Maio osserva il titolo del Fatto quotidiano dell'8 dicembre dell'anno scorso

Tommaso Verga 9 giugno 2019Hinterland
di Tommaso Verga
Come se il figlio dicesse, «devi darmi i soldi. Non li hai? sei disoccupato? pieno di 'buffi'? Non sono problemi miei, va' a rubare, non me ne frega niente». Il bello è che tono e rivendicazioni non sono di provenienza Confindustria o altri creditori di analogsimile provenienza, dall'artigiano all'agricoltore al commercio – che comunque non s'azzarderebbero mai –, ma dal ministro-uno-e-trino Luigi Di Maio, controparte dell'impiegato Giovanni Tria, il «ministro tecnico» così beffardamente appellato. Nell'epoca del «dibattito» (leggi: battibecco), la conclusione è che ormai viviamo in un tempo nuovo, con regole originali e percorsi da esplorare. Però con una certezza: nella lavagna, la competenza (che fa rima con la conoscenza) è collocata in un elenco sul quale campeggia il titolo «dispregiativi».
Tutto ciò fa capire che bisogna avere pazienza se l'uomo-Tria non intende le urgenze dovute al cambiamento, cosa vuoi farci, è un economista, un «esterno» protempore, al quale si è ricorsi a a causa del fatto che di conti in house non ne capiva niente nessuno. Insomma: «ci siamo trovati al governo senza sapere come, abbiamo dovuto far fronte all'imprevedibilità, così sono apparsi i Toninelli, Giulia Grillo (che immoleremo ai no-vax), i Sibilia. Intanto, adesso Sanità e Trasporti li molliamo alla Lega, troppo complicato tenerli sotto controllo. E quella pippa della condivisione con le Regioni poi... Vedrete, in futuro, la chioccia grillina produrrà quanto di meglio il Paese richiede, stiamo attendendo la risposta di Casaleggio, ha già posto il quesito a Rousseau».
Per cui non è un problema del Carrocciante e dello Stelliere se il circo messo in piedi dagli economisti del prossimo millennio esita e traccheggia nel rispondere alle Conf e ai giovani imprenditori, i quali di soldi e Monopoli non è che lo ricordino con tanta familiarità: «Di Via Verdi e Largo Colombo cosa ne faccio? E se giro al più messo male dei miei clienti 'Tassa patrimoniale', mi spiegate come lo convinco a prenderla? Finirò con una camicia di forza, un Tso non me lo risparmierà nessuno!».
I soliti pessimisti. Smentiti dalla lettera dell'8 dicembre 2018 nella quale il triministro Luigi Di Maio, dopo il canonico «le piccole aziende costituiscono l'ossatura bla bla» (forse per ciò non ha profferito verbo sulla trattativa Fca-Renault) si dice «assolutamente consapevole del fatto che negli ultimi anni avete subito sia la crisi che la poca attenzione da parte dello Stato nel mettere a punto le soluzioni da voi richieste per poter operare nelle migliori condizioni possibili».
(A differenza dei ministri, i revisori e i correttori di bozze non ci sono più; per lasciar libera la soggettività nell'uso della lingua italiana) Cosicché dal vicepresidente del Consiglio viene l'«annuncio qui che con un emendamento al Senato in Legge di Bilancio definiamo che pagheremo, in azione congiunta con Cdp, il 50% dei debiti della PA con le imprese entro il 2019. Si tratta di circa 30 miliardi».
Quelli custoditi in una grotta sui 'Bastioni del Gran Sasso'. Per la cui apertura occorre la formula magica, minibot. Hai voglia a cercare nel testo: nulla, nessun cenno. Però «sono convinto, e lo ribadisco, che il modo migliore di aiutare le imprese, oltre a evitare di strozzarle con la tassazione più alta d’Europa, sia lasciarle in pace (onorare i debiti non, eh?, ndr)».