Il disonore dei Padroni e i cantori venduti

Una frase intercettata obbliga a pensare. Un dirigente Ilva: la stampa dobbiamo pagarla. Un faldone di intercettazioni e giornalismo alla sbarra. [Ennio Remondino]

Ennio Remondino 4 agosto 2012

di Ennio Remondino



Scusateci tutti per colpa di pochi. Una frase estrapolata da un insieme di intercettazioni che compromettono pesantemente le posizioni degli indagati, lo staff dell’Ilva di patron Emilio Riva. Compromettono loro e disonorano noi cronisti. Narratori di fatti verificati -vorrebbe la deontologia- e testimoni terzi, non tifosi. Illusione. Che proprio così non sia lo avevo già considerato (eufemismo) in 40 anni di mestiere. Che gli episodi di corruzione e collusione giornalistica a manovre di potere politico-economico-calcistico siano ormai molti e sanzionati dall'Ordine è un fatto. Che la “tifoseria” di opportunità, di vicinanza, di appartenenza, sia il cancro sottile (come certe polveri Ilva) che minaccia la categoria e assieme tutta la democrazia italiana, temo sia un altro fatto. Prendiamone atto e discutiamone. Se non per risolvere, almeno per salvarci l'anima.




Questione teologica sul peccato. È più disonesto il dirigente che esercita pressioni e fa “regali” o il giornalista che li accoglie? Più o meno come discutere se sia stata più colpevole Eva con la sua femminilità offerta come mela o Adamo ancora vergine. Resta il fatto che quella mela regalata ci pesa ancora oggi sulla stomaco. Poi siamo arrivati alla modernità molto meno simbolica del linguaggio biblico e siamo all'attualità della corruzione diffusa. Il problema che però generalmente sfugge non è tanto o quanto - facciamo un esempio - Lusi abbia rubato, ma piuttosto il sistema di scambio di favori che gli hanno permesso di detenere ed esercitare quel potere che era già corruttivo senza che lui avesse ancora sottratto una lira. Per essere chiari e impietosi: il corruttore esiste perché sa che esistono i corruttibili, desiderosi di entrare a far parte del cerchio magico di chi conta.




Lottizzabili e lottizzatori. 35 anni di vita professionale in Rai mi hanno insegnato un sacco di cose. L'esercizio del mestiere (un grazie eterno), e aspetti meno nobili (e ancora di incazzo). Se lo schema delle “aree culturali” di origine ha viziato da sempre il tentativo di presenza plurale nel giornalismo del servizio pubblico, il meccanismo corruttivo delle appartenenze è ancora altro. Ogni lottizzatore ha bisogno di un lottizzabile. Ogni lottizzato può o meno difendere la propria dignità e onorabilità personale sulla base del prezzo che ritiene giusto pagare. Chi vuole solo incassare presto e molto è spesso più corrotto del corruttore. Lo sollecita. L'idea di un qualche capetto di redazione locale che solleciti una attenzione più favorevole ad una parte in causa rispetto all'altra (esempio, Ilva-Ambiente) non è solo un corrotto (oltre che lottizzato). Alla fin fine si rivela soprattutto un cretino.




La corruzione è stupida. È stupida perché si avvale di persone di poco conto per nascondere problemi complessi che prima o poi saranno destinati ad esplodere. Il caso Ilva è emblematico, Diritto al lavoro, diritto alla salute, deindustralizzazione, ambiente. Tutte ragioni sostanzialmente valide, giunte a collidere tra loro per una somma di peccati antichi. Si parte dall'Italsider pubblica di 50 anni fa, dai sindaci del boom economico-edilizio degli anni '60, passando per una attenzione sindacale ai temi della salute decisamente labile. Personalmente, dalla antica Italsider-Ilva ho il credito di un padre morto di silicosi. Ma da giovane giornalista ho memoria di una scritta cubitale nella sala mensa della macabra Stoppani di Cogoleto (produzione cromo e cancro): “Remondino bastardo”. Allora non mi piacque. Poi capirono anche nel sindacato. Assieme e senza tifoserie.



Con la libertà anche di sbagliare. Ma in buona fede e senza suggeritori.


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