Lavoro e salute a Taranto, diritti del Novecento

Troppi disattenti di contorno alla manifestazione dei lavoratori Ilva di Taranto. Come se il lavoro fosse un dono e la salute il prezzo da pagare. [Ennio Remondino]

Ennio Remondino 2 agosto 2012

di Ennio Remondino



Lotte antiche e tradimenti. Quella che muove oggi Taranto assieme ai suoi lavoratori Ilva, a ben guardare, sembra una ricostruzione storica delle battaglie sindacali del secolo scorso. Anzi: inizio '900. Modello miniere inglesi e le 12 ore di lavoro. Il diritto alla tutela della salute sul posto di lavoro e il diritto alla salute per chi abita attorno agli insediamenti industriali. Insomma, c'è qualcosa che non va all'origine di tutte questa drammatica vicenda. Ora, subito, da risolvere scongiurando il dramma occupazionale. Da domani riflettendo, facendo i conti e trovando i rimedi a peccati antichi. Peccati di molti, se non proprio di tutti. Un po' anche di quella rabbia operaia che si è mossa stamane in due cortei che hanno invaso tutta Taranto con i diversi colori delle organizzazioni sindacali. Probabilmente quella lotta per coniugare assieme diritto al lavoro e diritto alla salute andava fatta prima (certamente è accaduto), ma con la rabbia che oggi rischia di sbagliare bersaglio guardando all'arbitrato giudiziario che attende tutti domani.



Lavoro e salute sono diritti. Il lavoro non si tocca è lo slogan che si impone sui tanti, ma anche la salute non si tocca, come sanno bene tutte le tute blu e i tre segretari confederali, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Più elaborato politicamente quindi lo striscione che apre il corteo: "Difendere il lavoro per tutelare salute, sicurezza e ambiente". Al corteo partecipano molte donne. Sì, perché il dramma Ilva coinvolge 20 mila famiglie fatte di mogli e di bambini. Stona, a vista di un estraneo, l'imponente servizio d’ordine e carabinieri e poliziotti in assetto antisommossa per scongiurare possibili problemi con qualche Cobas esacerbato. Suggerimento al Viminale: tra i metalmeccanici i Black Block non trovano molto spazio. Ma se si arrabbiano veramente loro, le tute blu degli alto forni (esperienza diretta dall'Ilva di Cornigliano, Genova), meglio non pensarci e cercare qualsiasi possibile mediazione. Non facciamoli diventare tutti degli arrabbiati da Centri sociali. A Genova diremmo «desbelineve», e non occorre traduzione.



Ora datevi una mossa. La prima dichiarazione resa nota ci arriva da Susanna Camusso. «Il problema dell’Ilva è il problema dell’assetto industriale del nostro Paese. Dobbiamo sapere che se non si trovassero soluzioni saremmo costretti a importare acciaio dall’estero», ha detto il segretario generale della Cgil rivolgendosi evidentemente a Governo, Enti locali e Confindustria. Ai lavoratori Ilva dovrà, dovranno tutti dire altre cose. Aspettiamo. Intanto la cronaca segnala almeno 2.000 manifestanti per le strade di Genova. Solidarietà tra lavoratori Ilva contro l’ipotesi di chiusura dello stabilimento di Taranto. Alla manifestazione sono presenti anche le rappresentanze sindacali di Fincantieri, e degli stabilimenti Ilva di Racconogi e Novi Ligure. Situazioni di incertezza simili, anche se non così immediate, per un comparto industriale che i sacrifici li aveva già fatti prima delle strette del governo Monti e che ora chiede a buon diritto segnali di rilancio concreti. Quella equità nei sacrifici che al momento sfugge alla percezione comune.

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