Manovra economica, la strada infallibile per l’insuccesso

Soluzioni miracolistiche non esistono: occorre rinunciare  a cercare sempre e solo soluzioni che piacciono al popolo e cercare di fare prima di tutto ciò che serve al popolo. Combattere l'evasione fiscale è una priorità

Manovra economica

Manovra economica

Giuseppe M. Pignataro 9 novembre 2018

Nel dibatitto politico incandescendente di questi giorni sulla manovra del DEF la sensazione che si ricava è che i temi cruciali del confronto non sono ben posti:



  • a - fare più deficit è meglio o peggio;

  • b - introdurre il reddito di cittadinanza è giusto o sbagliato;

  • c  il superamento della Fornero è buono o cattivo;

  • d - la flat tax avrà un effetto negativo o positivo.


 


Questo schema di ragionamento, a prescindere dalle altalene dello spread che lo condiziona, è palesemente incompleto e fuorviante per le seguenti ragioni:



  • - tende a far credere che gli enormi problemi strutturali complessi che abbiamo si possano risolvere con singoli interventi mirati su poche aree specifiche in funzione dei decimali di deficit in discussione;

  • - tende a far credere che l ‘ uscita del paese dalla sua persistente stagnazione, dal suo permanente arretramento vistoso nel confronto con i paesi europei più evoluti ed il suo progressivo impoverimento economico e culturale, possa avvenire comunque attraverso soluzioni  piacevoli e di agevole attuazione;

  •  - tende a far credere che il cambiamento delle prospettive del paese dipende dal cambiamento delle (discutibili) regole europee;

  • - trascura totalmente che il paese per cambiare le sue prospettive ha, in qualunque scenario, un disperato bisogno  di un grande progetto di risanamento e di rilancio di medio-lungo termine e di una strategia economica capaci di superare veramente le precarietà, le incertezze e le debolezze diffuse che si sono sviluppate e radicate dopo le crisi del 2008 e del 2011 e che siano quindi in grado di innescare in tutti gli investitori e consumatori un grande clima di fiducia in un futuro di vero cambiamento positivo;

  •  - non affronta i due macroproblemi che deprimono fortemente le potenzialità del paese rappresentati dal cattivo funzionamento dell’apparato pubblico che si ripercuote inesorabilmente sull‘ambiente economico-finanziario e dall‘eccesso di debito pubblico che ci costringe , senza soluzione di continuità, (a prescindere dai decimali in discussione) ad una politica di risanamento di tipo emergenziale dai contenuti perennemente limitati a causa degli scarsissimi spazi di manovra che impediscono a chiunque governi di attuare una politica economica di lungo termine effettivamente incisiva nel cambiare le sorti della nazione Italia.


Peraltro tutte le forze politiche propongono con diverse sfumature:



  1. a) abbassamenti corposi di tasse da realizzare attraverso fantomatici shock fiscali;

  2. b) crescita vigorosa degli investimenti pubblici attraverso mirabolanti efficientamenti della spesa pubblica;

  3. c) miglioramenti più o meno accentuati dei servizi sociali disboscando una fantasmagorica spesa improduttiva (sempre genericamente identificata);

  4. d)riforme ad ampio raggio dell‘apparato pubblico attuate fantasiosamente a costo zero;

  5. e) dotazioni infrastrutturali più moderne ed efficienti ricorrendo a spazi di manovra privi di basi concrete.


In pratica il denominatore comune delle ricette in campo è che potremmo risolvere tutti  i nostri deficit senza sacrifici per nessuno, diffondere benessere su larga scala con interventi taumaturgici a basso costo e a portata di mano che risiedono non nella validità dei progetti  di attuazione (di fatto inesistenti) ma nelle capacità dei policy-makers che via via si candidano a governare il paese. Dimenticando sempre che l’unica via utile per abbassare davvero gradualmente la pressione fiscale è quella di riuscire prima di tutto a creare le condizioni per produrre progressivamente di più.


E’ chiaro che con questa impostazione non troveremo mai un vero sbocco positivo e nella migliore delle ipotesi resteremo lì dove siamo.


Tutto ciò discende innanzitutto dalla mancanza di una diagnosi corretta della situazione reale in cui ci troviamo.


Non c’è in molti la consapevolezza che le soluzioni “Keynesiane”, virtuosamente adottate da altri paesi per superare le crisi dell’ultimo decennio (vedi Stati Uniti, Regno Unito ed altri)  non sono e non saranno mai nel nostro caso applicabili se non si affronta prioritariamente in modo efficiente il problema del volume del debito.


Non c’è (in alcuni settori) la piena consapevolezza che la rinnegazione dell’ unione Europea e/o dell‘Euro è, per un paese nelle nostre condizioni, un patetico salto nel precipizio.


Non c’è in molti la consapevolezza che non si può continuare in eterno a convivere e a gestire un debito pubblico esorbitante senza mettere in conto che prima o poi le politiche monetarie accomodanti che lo hanno consentito termineranno e i nuovi shock avversi che ciclicamente sono destinati ad avverarsi potrebbero piegarci irrimediabilmente facendoci perdere altra  ricchezza e sovranità .


Non c’è la consapevolezza che abbiamo fatto errori rilevantissimi nell’ affrontare le crisi del 2008 e del 2011 e che ad essi non si pone rimedio con “piccole” e circoscritte misure .


C’è un tema tuttavia nell’ agenda del governo che è pienamente condivisibile .


Il paese ha un estremo bisogno di porsi su un sentiero di sviluppo del PIL molto più ampio del recente passato , sia per recuperare ricchezza imprenditoriale e lavoro qualificato da offrire alle giovani generazioni sia per abbassare drasticamente la vulnerabiltà finanziaria .


Ma la soluzione non risiede in alcuna manovra di natura convenzionale fondata su pochi drivers strategici di stampo prevalentemente ideologico ma nella elaborazione  di un piano di riforme di vastissima portata che riesca a liberare risorse per ampliare significativamente la parte sinistra del bilancio (le entrate) da destinare ad un concreto rilancio ed ammodernamento del paese in tutti i suoi punti nevralgici per rafforzare la competitività e la produttività.


In un paese dalle forti polarizzazioni tra positività e negatività come il nostro, la soluzione “tecnica” potenziale sussiste certamente e si trova partendo dalla volontà di aggredire in profondità e su larga scala l'evasione fiscale (sia la nuova che la vecchia), molto radicata e molto trasversale, per dimezzarla, introducendo correlativamente maggiore equità fiscale. Occorre in altri termini  rinunciare  a cercare sempre e solo soluzioni che piacciono al popolo e cercare di fare prima di tutto ciò che serve al popolo.


E’ solo questo il modo a disposizione del paese per riuscire a spianare la strada  della rinascita e della vera crescita, coniugata alla riduzione drastica della vulnerabilità che a sua volta è l’ unico modo per recuperare credibilità e sovranità.


Comprendere che le soluzioni miracolistiche non esistono e nessuno perciò ne può disporre, anche in uno scenario europeo meno tecnocratico, è quindi il vero tema da porre al centro del dibattito. Ed è ora che chi ha le leve del potere ne prenda atto, tenendo a mente che il “consenso” è  un concetto effimero non solo secondo l’opinione di grandi statisti e grandi filosofi:


“il successo non è mai definitivo….” (W. Churchill);


“ ….c’è una strada infallibile per l’insuccesso: cercare di accontentare tutti” (Platone).