I navigator di oggi e l'assalto ai magazzini di Agrigento appena caduto il fascismo

Durante il saccheggio uno pensava a sé. Così i navigator: disoccupati e affamati di lavoro che devono cercarlo agli altri

Una foto di Robert Capa ad Agrigento

Una foto di Robert Capa ad Agrigento

Onofrio Dispenza 21 giugno 2019
Questa è una foto di Robert Capa, al seguito degli americani sbarcati in Sicilia. Scena di strada due giorni dopo la liberazione di Cefalù, 26 luglio 1943. In realtà, un errore di catalogazione. Non era Cefalù, si tratta invece di Piazza Municipio, ad Agrigento.
Questa bella foto per dirvi di un episodio al quale ho ripensato oggi, osservando questa "fantasiosa" storia del navigator escogitata da un governo surreale, pasticcione che non sapeva da dove cominciare e che ora ha smarrito la strada e avrebbe bisogno delle indicazioni di quel contadino siciliano protagonista di un'altra, celebre foto di Capa: la più conosciuta: il contadino che col bastone indica la strada da prendere a un soldato americano probabilmente di famiglia originaria della Sicilia, che capiva.
Riflettendo su questo pasticcio tutto italico del navigator, mi è tornato nella mente un racconto di quei giorni raccontati dalle foto di Capa, dopo l'arrivo degli americani ad Agrigento, anzi, nelle ore successive.
Mi raccontò mia nonna Concettina che la gente diede l'assalto ai magazzini alimentari del regime. Regime che usava la fame come elemento di consenso. Centellinava i beni primari al popolo, tranne che agli uomini del regime, ai gerarchi e a chi aveva indossato la camicia nera anche per non patire la fame e partecipare al"banchetto".
Mi raccontò nonna Concettina che, arrivati gli americani, e sparite le camice nere, gli agrigentini diedero l'assalto ai magazzini alimentari che - se ricordo - erano alla "Bibirria" come si chiamava e continua a chiamarsi piazza Plebis Rea.
Così perché lì per tanto tempo ci fu il carcere. Ebbene, dicevo, furono sfondate le porte del fondaco e ciascuno prese dai magazzini più che riuscì a prendere. A seguire questo via vai di gente che portava a casa quel che poteva arraffare c'era anche un noto professionista della città, un avvocato (uno tipo l'agrigentino qui fotografato da Capa ) che ad un certo punto disse ad uno che stava entrando nei magazzini:"Talè, attia, mi pò pigliari un saccu di zuccaru e mu porti a me casa?". Tradotto: "Scusa, potresti prendermi un sacco di zucchero e portarlo a casa mia?".
L'uomo guardò l'avvocato e gli rispose: "Avvocà, il sacco lo prendo, ma a casa mia lo porto, non alla sua...". Ecco, i navigator, disoccupati e affamati di un primo lavoro, che sono impegnati nell'arduo compito di trovare ad altri precari un lavoro, mi hanno fatto pensare a quella scena, a quel sacco di zucchero.