Tav, polemiche per la condanna alla cronista in prima linea

Per i giudici è colpevole perché "si era introdotta nell’area interdetta per acquisire notizie utili, pur potendole acquisire anche diversamente". E come? [Claudia Sarritzu]

Desk2 13 aprile 2016
[b]di Claudia Sarritzu[/b]

Il giornalismo sta vivendo la sua tragedia shakespeariana ormai da anni. Non si tratta di una crisi. Si tratta della morte di una professione. Oggi come oggi viviamo nell'attesa di trovare un nuovo modo di "essere o non essere" giornalisti, di continuare a esistere in una società globale che crede di poter fare a meno di questa figura. Si crede che i cronisti siano interscambiabili con la bulimica informazione (spesso disinformazione) di internet e dei social.


Ma a pensarla così sembrerebbe non sia più soltanto l'opinione pubblica ma anche i giudici. La storia che vi andiamo a raccontare è quella della cronista di Radio Popolare Flavia Mosca Goretta che è stata condannata in via definitiva per aver raccontato una giornata di mobilitazione del movimento No Tav. La sua colpa? Era lì, presente. La sanzione inflitta è una pena pecuniaria di 100 euro "per aver cercato notizie sulle manifestazioni di protesta degli attivisti “NoTav” in Val di Susa". Poca roba dirette, ma il punto su cui riflettere non sta nella consistenza della pena. Sta nel messaggio terrificante che si manda con questa sentenza.


La sua radio e il sindacato dei giornalisti Fnsi hanno denunciato il caso. Il direttore Michele Migone ha dichiarato giustamente che "il messaggio che ci manda la Corte di Cassazione è molto pericoloso. Ci dice che un giornalista deve accontentarsi, rimanere lontano dall’epicentro di un avvenimento, non documentarlo da vicino, stare un passo indietro, fermarsi di fronte ai limiti e ai divieti. Deve farlo perché è inutile andare in prima linea quando può avere le stesse notizie anche stando nelle retrovie".


Nelle motivazioni del giudice si legge: “Si era introdotta nell’area interdetta per acquisire notizie utili, pur potendole acquisire anche diversamente”. In parole povere è stata condannata perché stava facendo il suo mestiere ed esercitava il diritto di cronaca. Forse il giudice non ha presente quale sia la missione del cronista? O forse lo sa, ma quando si tratta di Tav tutti i diritti vengono messi in discussione (ricordiamo il caso di Erri De Luca, che per fortuna ha avuto un lieto fine, ma che stava mettendo in discussione il diritto di espressione di un cittadino)? Il torto di Goretta è stato quello di esercitare il diritto di cronaca quindi di fare la giornalista in una “zona off limits”. Ma non dovrebbero esistere zone a "limità di cronaca" in una democrazia.


Un altro punto della motivazione fa venire i brividi: "pur potendole acquisirle anche diversamente". Quindi i giornalisti non devono scrivere di quello che vedono con i loro occhi ma farsi raccontare "dagli addetti ai lavori", da chi in sostanza ha l'autorizzazione dallo Stato a stare in quel luogo preciso, ciò che accade? Ma questo è totalitarismo, non è democrazia. E' dittatura. Questo non è giornalismo è un cavalletto, un "tieni microfono"


Le vere motivazioni, quelle dettagliate della sentenza si attendono ancora. E dobbiamo ammetterlo, siamo curiosi di leggerle per capire come riusciranno a giustificare una tale violenza sul diritto di cronaca. Concludiamo con le parole della Fnsi che facciamo nostre: "Restiamo convinti che nessun bavaglio possa né debba essere imposto a chi lavora per fornire ai cittadini notizie utili su temi di pubblico interesse e di rilevanza sociale".