'Realiti' e l'elogio alla mafia: la procura apre un'inchiesta sul programma di Rai2

Al centro dell'inchiesta le dichiarazioni di due cantanti neomelodici: Leonardo Zappalà, presente in studio, e Niko Pandetta, nipote del boss ergastolano Salvatore Pillera, sui giudici Falcone e Borsellino.

Realiti

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globalist 11 giugno 2019
La Procura di Catania ha aperto un'inchiesta, al momento senza indagati, sulla prima puntata della trasmissione 'Realiti', andata in onda su Rai2 la settimana scorsa. Titolare del fascicolo è il procuratore aggiunto Carmelo Petralia, che ha delegato le indagini alla Polizia Postale di Catania, che dovrà acquisire i video della trasmissione. Al centro dell'inchiesta le dichiarazioni di due cantanti neomelodici: Leonardo Zappalà, presente in studio, e Niko Pandetta, nipote del boss ergastolano Salvatore Pillera, sui giudici Falcone e Borsellino.
Cosa è successo?

È polemica per le affermazioni di due cantanti neomelodici, ospiti del programma Realiti su Rai2. Uno di loro ha offeso la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e l’altro ha raccontato come lo zio, recluso al 41 bis, scriva le sue canzoni dal carcere.


Insorge l’Usigrai: “La Rai non può fare da vetrina a chi inneggia ai boss e dileggia chi ha dato la vita per lottare contro la mafia”, ha scritto su Facebook il segretario Vittorio Di Trapani, che si chiede: “Ma davvero la #Rai aveva pagato l’albergo a uno che scrive canzoni sullo zio ergastolano, boss al carcere duro per mafia?”, allegando la foto del voucher dell’albergo.
Zappalà non era l’unico ospite della trasmissione. Niko Pandetta, l’altro cantante neomelodico che ha fatto riferimento allo zio ergastolano che scrive le canzoni in carcere: “Così come l’altro suo ‘collega’, tale Niko Pandetta, che, sempre su Rai2 - continua Borrometi - ci ha spiegato che lo zio ergastolano (boss al carcere duro per mafia), Turi Cappello, scriva le sue canzoni dal carcere. Proprio quel Cappello che ha dato il cognome al clan Cappello di Catania che, secondo i magistrati, doveva realizzare un attentato con un’autobomba nei miei confronti e nei confronti degli uomini della mia scorta”.
Lo sfogo del giornalista, più volte minacciato dai clan, prosegue: “Ma è possibile tutto ciò? C’è chi è morto per la giustizia, c’è chi dovrebbe saltare in aria secondo i piani dei clan. E la Rai cosa fa? Fa parlare chi inneggia ai boss? Spero in una presa di posizione durissima dei vertici Rai. Io pago con orgoglio il canone Rai, lo pago perché credo nel servizio pubblico. Ma questo non è servizio pubblico. Almeno abbiate la decenza di non farci vedere chi considera Falcone e Borsellino due che si sono meritati la morte, o altri che santificano i boss dei clan che vorrebbero ammazzare me ed i ragazzi della mia scorta”.