Vittorio, martire della lotta per la libertà

Attivisti e analisti palestinesi raccontano il dolore del popolo palestinese: “Vik ha pagato il nostro stesso prezzo”.

Vittorio Arrigoni

Vittorio Arrigoni

Desk 15 aprile 2013
di Emma Mancini
Un martire della resistenza palestinese. Un compagno che ha sacrificato la sua vita, come altre migliaia di palestinesi nella lotta per la liberazione dal 1948 ad oggi. A due anni di distanza dalla sua barbara uccisione, Vittorio Arrigoni non è stato dimenticato. Il popolo palestinese continua a celebrarlo, facendo proprio il motto che Vik non si stancava di ripetere: “Restiamo Umani”.
Otto anni fa in Cisgiordania fiaccolate e commemorazioni si susseguirono senza sosta in tutta la Cisgiordania: candele accese e rispettoso silenzio per una morte inattesa quanto incomprensibile. Un dolore vero, quello del popolo di Palestina, come autentica fu la sofferenza per la scomparsa di Rachel Corrie e Juliano Mer-Khamis.
“Di fronte ad un simile affronto, ogni palestinese ha provato e prova rabbia e dolore – spiegò a Nena News anni fa l’analista palestinese e direttore dell’Alternative Information Center, Nassar Ibrahim – Una rabbia derivante dal fatto che un tale atto non rientra affatto nelle dinamiche interne della resistenza. Non è un fenomeno. Da anni accogliamo gli attivisti internazionali che scelgono di battersi insieme a noi. La loro presenza è fondamentale. Vittorio era parte della lotta per la liberazione”.
Tanto da diventare un target, come target lo sono gli attivisti palestinesi: “A volte gli internazionali pagano lo stesso prezzo che paghiamo noi palestinesi, perché la nostra battaglia è la stessa – prosegue Ibrahim – Diventano obiettivi dell’occupazione israeliana, ma anche di gruppi estremisti e minoritari mossi da interessi personali. Ovvero di coloro che vogliono interrompere il flusso di solidarietà che dall’estero arriva in Palestina. In questo caso, nel caso di Vik, coprendosi con la scusa della religione”.
“Chi combatte per la libertà, sa di rischiare, sa che può trovarsi di fronte a dolore e sofferenza. Vittorio lo sapeva, ma non ha mai messo in dubbio il suo impegno per la nostra causa, che è una causa internazionale. Vittorio è per noi palestinesi un martire, il suo nome è scritto nella lista di chi merita rispetto e onore. Come celebriamo i nostri martiri, celebriamo Vik, Rachel e Juliano che hanno sacrificato la loro stessa vita per la libertà della Palestina”.
Ibrahim non si sbilancia sul ruolo di Hamas nella morte di Vittorio Arrigoni (“Non saprei dire quali equilibri interni abbiano portato al suo omicidio”). C’è invece chi ha le idee chiare sulla morte di Vik: dietro il gruppo salafita, ci sarebbe la Giordania.
“Ritengo che la responsabile della morte di Vittorio sia l’intelligence giordana – spiega a Nena News Mazin Qumsiyeh, professore alla Bethlehem University e attivista palestinese – All’epoca l’obiettivo di Amman era mettere in cattiva luce il governo di Hamas nella Striscia, mostrare l’enclave come un covo di fanatici ed estremisti religiosi. Per questo, qualche mese prima dell’omicidio, i servizi giordani inviarono i loro uomini a Gaza, dove presero contatti con il gruppo di salafiti che poi rapì e uccise Arrigoni. Ritengo che questo sia il contesto: all’epoca Hamas si manteneva vicino ad Hezbollah e alla Siria, e andava punita”.
“Questo spiegherebbe perché le forze di sicurezza di Hamas arrestarono subito i responsabili – continua Qumsiyeh – Poi con lo stravolgimento degli equilibri mediorientali, la situazione è cambiata: Hamas ha abbandonato la Siria, si è allontanato da Hezbollah, per avvicinarsi ai Paesi del Golfo, alla Turchia, alla Giordania, dietro soprattutto la pressione del capo del politburo di Hamas, Khaled Meshaal. E così anche il processo ha subito una svolta: dall’opzione lavori forzati alla quasi liberazione”.
In questi giorni non sono poche le organizzazioni palestinesi che hanno deciso di rendere omaggio a Vittorio, con incontri e meeting per ricordarne l'impegno. La Palestina resta umana.



“Io che non credo alla guerra, non voglio essere seppellito sotto nessuna bandiera. Semmai vorrei essere ricordato per i miei sogni. Dovessi un giorno morire – fra cent’anni – vorrei che sulla mia lapide fosse scritto quello che diceva Nelson Mandela: ‘Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare’. Vittorio Arrigoni: un vincitore”.
A otto anni dalla morte di Vittorio, lo vogliamo ricordare con le sue parole, il suo lavoro, i suoi ideali. Tutti racchiusi nel documentario che Al Jazeera girò prima della sua uccisione e che testimonia l’impegno per la causa palestinese, considerata non una causa locale, ma globale, specchio delle politiche coloniali e imperialiste in atto in tutto il mondo contro le aspirazioni popolari alla giustizia sociale, politica e economica.