Danilo Dolci e Falcone: la non violenza per contrastare la mafia

A 27 anni dalla strage di Capaci voglio affiancare due figure diverse che avevano un unico sogno

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Onofrio Dispenza 23 maggio 2019

"Occorre promuovere una nuova Storia", diceva Danilo Dolci". Uomo del Nord, nato a Sesana, entroterra triestino, vissuto e morto a Trappeto, in Sicilia. E quest'anno ricorre ( spero venga ricordato adeguatamente ) il ventiduesimo della sua morte. Sociologo, poeta, educatore, attivista non violento al fianco dei contadini di quest'angolo di Sicilia. Trappeto, Partinico, alle spalle le montagne verso San Giuseppe Jato, "spazio" tra i più significativi della storia dell'Isola, nel bene e nel male. Capaci non è lontano. Si guarda sempre lo stesso mare, lo splendido arco di costa che da Palermo porta a Trapani. Mafia potente e violenta quella che lega le due città attraversando il Golfo di Castellammare. Lo era al tempo delle lotte contadine di Danilo Dolci, continua ad esserlo ora, attraversato dall'ombra di Matteo Messina Denaro, che da queste parti si muove con politica, imprenditoria e massoneria che gli fanno da guardaspalle.


Ho pensato alla vicinanza dei luoghi di Danilo Dolci e a quelli della fine di Giovanni Falcone ritornando sul mio 23 maggio, quel 23 di maggio, e ad una costola del mio presente che guarda al futuro.


Alle 17 e 58 di quel 23 maggio, ero a casa, attorno a me una piccola corona di bambini pronti a battere le mani e abbracciare la mia piccola Eva che spegneva le candeline del suo terzo compleanno. Festa spezzata dalla notizia della strage. Ed ogni anno me ne ricordo. Come ricordo d'esserci passato sull'esplosivo che avrebbe ucciso Giovanni Falcone, la sua Francesca e gli uomini che li scortavano. Il giorno prima della strage rientravo dal Golfo di Castellammare. Tornavo a Palermo dopo una gita, appunto per il compleanno della mia piccola. La luce, la stessa di oggi, quella di sempre, da queste parti, a maggio inoltrato mese che con uno spintone ti ficca nell'estate. Colori forti, intensi, che prendono altro spessore dal profumo di zagara e di mare che accompagna il viaggio. Qui la campagna è bellissima. Bellissima adesso, bellissima quando Danilo Dolci con i suoi digiuni ghandiani, si schierava coi contadini che protestavano contro la mafia dell'acqua. Scriveva in versi Danilo Dolci: "Ciascuno cresce solo se sognato.". Il sogno di un mondo migliore, di una diversa Storia, contro chi prova a spezzarne il cammino. Con la violenza. Ieri ed oggi la mafia, le mafie, oggi il terrorismo, come la scorsa notte a Manchester, a colpire giovani e giovanissimi. Perché chi rema contro la Storia punta a tardare all'infinito il futuro. Ma l'arma in più contro mafie e terrorismo è la capacità di sognare dei giovani, e non solo. Ed eccomi alla seconda citazione personale, quella promessa all'inizio di questo mio ricordo. L'altro mio figlio, Dario, è uno che al sogno ci crede. E lo costruisce con concretezza e caparbietà. unendosi al disegno del futuro di altri giovani. Da questo maggio ha scelto di vivere a Partinico, all'ombra dell'insegnamento di Dolci. Con altri giovani a lavorare la terra, a costruire un modello diverso di Sicilia e di società. Alle 17 e 58 i ragazzi saranno a dare l'acqua all'orto. Poi il sole basso regalerà loro quei colori che possono solo appartenere al futuro. Ecco, a Giovanni Falcone oggi, in questo 25esimo anniversario di Capaci voglio affiancare un uomo che siciliano non era nato ma che ai siciliani di ieri e di oggi seppe indicare la via non violenta e concreta per contrastare mafia e violenza, per realizzare un sogno al quale l'uno e l'altro - Danilo e Giovanni,  diversi e distanti - credevano fortemente.