Violenza di Stato: quando i fascisti violentarono Franca Rame

Il 9 marzo del 1973 la grande attrice subì la brutale aggressione. Un'azione suggerita da alcuni ufficiali dei carabinieri come punizione perché comunista

Franca Rame

Franca Rame

Gianni Cipriani 31 maggio 2017

Nel giugno del 2000, quale consulente della commissione Stragi, partecipai alla stesura della relazione: Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974. Ne scrissi molte parti. Tra queste, personalmente, proprio la terribile storia della violenza sessuale contro Franca Rame, vicenda che era emersa in tutta la sua brutalità nel corso delle ultime indagini.
Perché la memoria non venga cancellata è giusto ricordare questa pagina e cosa una donna dovette subire, solo per il suo impegno civile e politico.
Ovviamente si tratta di un testo scritto nello stile delle relazioni. Ma proprio per questo era documentato fin nelle virgole.

Il 9 marzo 1973, Franca Rame, all’epoca molto impegnata insieme al marito, Dario Fo, nell’attività di Soccorso Rosso in favore dei carcerati e in particolare dei detenuti di estrema sinistra, fu aggredita da alcuni sconosciuti a Milano, in Via Nirone, fatta salire con la forza su un furgone e sottoposta a violenza carnale. Un fatto brutale, che aveva
motivazioni ignobili e criminali, poiché l’azione contro la Rame non fu solamente opera – la circostanza sarebbe stata egualmente gravissima – di “semplici” stupratori, ma di “stupratori” fascisti, che in quel modo volevano calpestare nella maniera più abietta la dignità di una persona impegnata in battaglie democratiche.
Anche questo episodio deve essere considerato parte integrante della strategia della tensione.
Inizialmente gli autori del gravissimo episodio erano rimasti sconosciuti, anche se la figura e l’impegno della vittima avevano consentito, sin dall’inizio, di attribuirlo con ragionevole certezza all’area di estrema destra milanese. Si trattavadi uno stupro politico.
Negli anni successivi una prima e più diretta indicazione in tal senso era giunta, nel 1987, dall’ex neofascista Angelo Izzo il quale, nel corso di dichiarazioni rese al Sostituto Procuratore della Repubblica di Milano, dr.ssa Maria Luisa Dameno, aveva dichiarato di aver appreso in carcere che il principale responsabile dell’aggressione a Franca Rame era
stato Angelo Angeli e che l’azione era stata suggerita da alcuni ufficiali dei Carabinieri della Divisione Pastrengo, nel quadro del sostanziale atteggiamento di “cobelligeranza” esistente all’epoca fra alcuni settori di tale Divisione e gli estremisti di destra nella lotta contro il “pericolo comunista”.
Dichiarazioni gravissime. Soprattutto perché emergeva che la brutale aggressione era stata “suggerita” da ufficiali dell’Arma dei carabinieri, che con la loro azione non solo avevano tradito l’impegno di fedeltà alla Repubblica e alle istituzioni democratiche, ma avevano infangato la divisa da loro indegnamente indossata.
Dopo le dichiarazioni di Izzo, nuove conferme sono state trovate dal giudice Salvini, il quale ha raccolto la testimonianza di Biagio Pitarresi, elemento di spicco della destra milanese negli anni ‘70 e all’epoca vicino a Giancarlo Rognoni e ai suoi uomini, pur senza far parte del gruppo La Fenice, prima di transitare nei ranghi della malavita comune.
Biagio Pitarresi ha raccontato che l’azione contro Franca Rame era stata in un primo momento proposta proprio a lui, ma egli si era rifiutato ed era quindi subentrato Angelo Angeli il quale aveva materialmente agito con altri camerati, fra cui un certo Muller e un certo Patrizio.  Come aveva già detto Izzo, anche Pitarresi ha confermato che l’azione intimidatoria era stata ispirata da alcuni Carabinieri della Divisione Pastrengo, Comando dell’Arma con il quale sia Pitarresi sia Angeli erano da tempo in contatto in funzione sia informativa sia di supporto in attività di provocazione contro gli ambienti di sinistra.
Angelo Angeli era un soggetto molto legato a Pietro Battiston (e con lui probabilmente coinvolto in traffici di armi), quale frequentatore dell’ambiente ordinovista veneziano e quale ospite, ancora negli anni ‘80, della casa di Villa d’Adda ove Digilio e Malcangi avevano trascorso una cospicua parte della loro latitanza.
Anche il probabile coinvolgimento quali suggeritori dell’azione di alcuni ufficiali della Divisione Pastrengo, alla luce delle complessive emergenze istruttorie di questi ultimi anni, non deve certo stupire. Nel corso delle diverse inchieste è infatti chiaramente emerso che il Comando della Divisione Pastrengo era stato pesantemente coinvolto, nella prima metà degli anni ‘70, in attività di collusione con strutture eversive e di depistaggio delle indagini in corso, quali la copertura dei traffici di armi organizzati dal Mar di Fumagalli e la “chiusura” della fonte Turco, e cioè Gianni Casalini di Padova, con la soppressione delle relazioni contenenti le informazioni da questi già fornite e che avrebbero potuto essere di notevole importanza per le indagini in corso sulla cellula padovana di Freda e Ventura in relazione alle indagini sulla strage di piazza Fontana.
Del resto basta rivedere le coraggiose testimonianze del generale Nicolò Bozzo per capire come all’interno della Divisione si fosse formato un gruppo di potere legato alla P2. Rimane la bestialità dell’episodio che, nonostante il lungo tempo trascorso, non può passare sotto silenzio. Dovere dello Stato democratico è quello di compiere un gesto concreto di “riparazione” nei confronti di Franca Rame.

Su questa vicenda Franca Rame ha scritto uno dei suoi monologhi più toccanti