La tana di Johnny lo Zingaro

A Testaccio, quartiere di Roma, dove il pluriomicida evaso e ben noto, anche perché c'è una casa....

L'ergastolano Giuseppe Mastini, noto come Johnny lo Zingaro, è evaso dal carcere di Fossano

L'ergastolano Giuseppe Mastini, noto come Johnny lo Zingaro, è evaso dal carcere di Fossano

globalist 6 luglio 2017

di Giulio Laurenti


La voce era un po' che mi era arrivata all'orecchio e quando i giornali, l'altro giorno, hanno annunciato che il pluriomicida Johnny lo zingaro era evaso, mi son detto: “Andiamo a vedere quanta verità c’è in quelle voci che ho sentito”.


Evasione è un termine inesatto. È parecchio che Johnny, nonostante i delitti e il tasso di violenza esercitata sin da giovanissimo, gode di un particolare regime di semi libertà.


Una delle voci mi aveva detto: “Ma come, nun ce lo sai? Sicuro come ‘na palla, quello te lo ritrovi qua a Testaccio. Chi j’ha sempre parato er culo mo c’ha 'na prescia de levasselo de torno che levete!”.


Johnny fa parte dei miei ricordi televisivi: tre decenni fa, evaso pure allora, fu la preda da film in una caccia all'uomo frenetica; lui e la sua fidanzata, sottoproletari da romanzo di Truman Capote. Durante la fuga prese in ostaggio una ragazza e fu accusato di un omicidio in apparenza senza movente e dal quale fu scagionato in primo grado. Per quel che mi è rimasto in mente, fu una cosa veloce, esecuzione, colpo a bruciapelo. Pam! E poi l'arresto e la triste fine della sua fidanzata, incinta. Allora nessuno osò scrivere che Johnny era sospettato di essere presente all'idroscalo di Ostia, quel 2 novembre assieme a Pino la rana, mentre si massacrava un poeta e da subito tutto congiurò perché della morte oscena di Pier Paolo Pasolini nessuno capisse più nulla.


Testaccio è un bel quartiere in bilico tra la Roma verace e una borghesia giovane che sceglie quegli appartamenti ampi e luminosi di un'edilizia popolare che oggi fa tanto loft. Nessuno rifiuta di raccontare: “‘Invece de fa tante domande, voi inciampà sull'ombra de Johnny? Senti a me, va dritto de qua, la vedi quella via là? Alessandro Volta, all'incrocio co' via Marmorata”.


Inarco le sopracciglia e obietto: “Lo cercano tutti e lui starebbe qui dove già mi hanno indicato due mesi fa? Johnny lo Zingaro non mi pare uno scemo”.


L'altro fa spallucce: “Fai come te pare. Ce lo sanno tutti. Proprio quella casa al primo piano, d'angolo, cor balconcino, le persiane sempre chiuse, sur lato che va verso er fiume. E’ sotto sequestro da 'na fraccata de anni, ma nun ce stanno i sigilli. Lui entra, tiè tutto chiuso, nun accende manco le luci, o mette le coperte sulle finestre. Chi voi che lo va a cercà lì?”.


Mi incammino e scruto in alto: tutto chiuso.


Su via Marmorata sferraglia il tram e una vecchia mi apostrofa: “Giornalista? Bravo. Sarebbe la prima volta che uno della razzaccia vostra c’ha le palle de venì a da' 'na sbirciata qua”.


Io distinguo: “Non sono giornalista, sono scrittore”.


Ma per lei non fa differenza: “E i giornalisti che fanno? Scriveno!”.


Rispondo: “Ma io magari mi concedo d'inventare qualche dettaglio”.


Ancora lei, spietata: “Buciardo pe' buciardo, me sa che sei solo 'na sottomarca de giornalista. Allora daje, famme la domanda!”.


“Sta qui Johnny lo Zingaro?”


“E io che ne so?”


Poi osserva la mia faccia delusa e aggiunge: “Ce sta er fijo, fa avanti e ndietro cor Brasile. Quarche vorta se nota che stanno qua perché passa 'na donna a spiccià la casa e molla li stracci a sgocciolà sul balcone. Lui lo riconosci, er padre zoppica da quanno janno sparato da regazzino, ce lo sanno tutti”.


Sto per domandare com'è che allora non hanno mai perquisito l'appartamento se è perfino sotto sequestro. La vecchia dall'occhio di faina, però, mi precede: “Tiette la fregnaccia in bocca, già lo so dove vai a para’. Nessuno lo cerca manco mo che è s’è dato. Tra quarche giorno viè qua e e verso le sette de sera bussi alla porta, ar primo piano. Magara ce lo trovi. Ma nun devi strigne er culo, perché s'è fatto pecora, mica se mette a ammazzà proprio mo’ che je stanno pe’ aprì la gabbia 'na volta pe' tutte. Ho sentito che je danno la grazia perché s’è sempre tenuto er ciecio”. Sembra loquace la vecchia. Quando azzardo una domanda sulla sua passata attività che immagino colta nonostante l'eloquio da Anna Magnani compiaciuta di fare la greve, mi zittisce ancora: “Ma che te frega de me? Ho ammazzato forse quarcheduno? Viè tra qualche giorno e fai come t'ho detto. Bussi alla porta. Toc toc. Ce l'hai le nocche? Bussa e ti sarà aperto”.


Busserò? Per chiedergli cosa? Se era lui alla guida dell'auto gemella di Pasolini, quella notte, e se come si sta scoprendo fu proprio lui, Johnny lo Zingaro, a passare sul corpo del poeta massacrato?


Anni fa pensai d'incontrarlo mentre frequentavo, con un pretesto teatrale, il carcere di Rebibbia ma mi fu vivamente sconsigliato: “Quello ha rapporti stretti con i servizi, qua lo sanno tutti, e se credi che siccome sta al gabbio nun te po' fa gnente, te sbaji. Se decide che je stai sui cojoni c'è il caso che incarica quarcuno fori pe’ passatte la sveja. Fregatene de Pasolini e de quell'artro... Come hai detto che se chiama?”


“ Si chiama Eugenio Cefis, sarebbe il mandante della morte di Enrico Mattei, nell’ultimo romanzo di Pasolini che si intitola Petrolio”.


“Ma sì, Cefis, come no! Inutile che fai domande, che tanto quello ha la bocca nun ce l’ha. S’è preso l'ergastolo e ha ammazzato pure un poliziotto. Secondo te, come fa a gode’ de tanti favori?”.


Da venerdì scorso Johnny è libero. Libero di fare cosa? C'è lo spettro della riapertura dell'indagine della morte di Pasolini, quelle tracce di DNA che attendono di incrociarsi con quelle di un altro personaggio, Pinna, dato per morto e forse invece anche lui in Brasile. E Johnny cosa ha nel DNA? Un brano della trama di quella notte? Avrà nostalgia del suo anello perduto nell'auto del poeta? Il maglioncino dimenticato nel portabagagli non gli andrà più perché è ingrassato parecchio o magari era di qualche altro figuro rimasto nell'ombra?


Tempo fa chiesi di incontrare Delle Chiaie a qualcuno che poteva presentarmelo nel modo giusto e forse, ora che Johnny è in giro, varrebbe la pena riprovarci. Cinque o sei ragazzotti di borgata che hanno goduto di tante protezioni potrebbero essere ben narrati da uno come l'ultraottantenne neofascista Delle Chiaie, che di servizi segreti se ne intendeva.


Insomma, dopo quaranta e passa anni, qualcuno si deciderà pure a dire: “E’ andata così. Pasolini sapeva troppo. Un tal dei tali, per motivi che potemmo solo intuire, ci chiese di toglierlo di mezzo. Tra noi fasci lo sapevamo tutti che Pasolini faceva troppe domande, si faceva troppo i cazzi degli altri, e aveva troppi lettori. Se non lo puoi comprare, lo devi ammazzare. E lo ammazzi facilmente, perché lui aveva quel vizietto. Un frocio ammazzato da marchettari. Un gioco da ragazzi”.


Ma per raccontare il passato che si è sempre taciuto occorre più coraggio che fare la lotta armata. Nessuno vuole portare il marchio infame di assassino di un poeta che ancora oggi continua ad essere ammirato. Mentre tutti gli altri, dietro le quinte o nel fango dell’Idroscalo, sono solo spettri.