I Pm di Palermo: questa sentenza è dedicata a Falcone e Borsellino

Un ampio frammento della requisitoria dei pm di Palermo: i rapporti tra Riina e Dell'Utri, gli attentati a Roma e Firenze, il ruolo dei Ros e la paura dell'ex capo di Stato, Oscar Luigi Scalfaro

I giudici Falcone e Borsellino

I giudici Falcone e Borsellino

globalist 20 aprile 2018

"La storia di cui si è occupato questo processo ha riguardato i rapporti indebiti che ci sono stati tra alcuni esponenti di vertice di Cosa nostra e alcuni esponenti istituzionali dello Stato italiano. Una storia che, al di là della retorica formale secondo cui le istituzioni combattono con fermezza Cosa nostra, ha fatto emersa un'altra verità: una parte importante e trasversale delle istituzioni, spinta da ambizione di potere contrabbandata da ragion di stato, ha cercato e ottenuto il dialogo e poi il parziale compromesso con l'organizzazione mafiosa. Questa "mediazione occulta" ha prodotto "dei risultati devastanti, la realizzazione dei desideri più antichi di Cosa nostra che cercava proprio questo: non la repressione, ma la mediazione".
Con questa requisitoria, lo scorso 14 dicembre, è iniziato il processo Stato-mafia culminato con le richieste di condanna il 26 gennaio. Un processo iniziato il 27 maggio 2013 e che oggi ha sancito che la trattativa c'è stata: Oggi la prima sentenza, dopo quasi cinque anni, circa 220 udienze e 200 testimoni, fra cui per la prima volta un presidente della Repubblica, allora Giorgio Napolitano, sentito al Quirinale. "La trattativa era attesa, voluta e desiderata da Cosa nostra. E in quel periodo c'era un comprimario occulto, una intelligenza esterna - è la tesi sostenuta dai Pm Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia e dai sostituti della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo e Francesco Del Bene - che premeva per la linea della distensione. Che diede dei segnali in tal senso, mentre Cosa nostra continuava a cercare il dialogo a suon di bombe, con i morti per terra a Milano e Firenze, e sfregiando monumenti". "Se si fosse attuata la linea della fermezza e della durezza non ci sarebbe stato spazio per gli stragisti, i consiglieri del dialogo sarebbero stati individuati e assicurati alla giustizia e la strategia della paura debellata. Invece ci furono molteplici segnali volti a favorire la trattativa: il decreto di Conso, la revoca e gli annullamenti del 41 bis disposti da Capriotti (direttore del Dap). Ci furono anche prima partendo dalla mancata perquisizione del covo di Riina". "Cedendo al ricatto, lo Stato si è messo nelle mani della mafia".
Riina, già. Il 28 agosto 2013 - mentre il boss viene intercettato in carcere - con le sue parole descrive l'essenza degli imputati "mafiosi" di questo processo: "Io al governo gli devo vendere i morti, gli devo dare i morti...". L'ammorbidimento dell'azione repressiva dello Stato viene messo sul tavolo della trattativa per far cessare l'azione violenta e stragista di Cosa nostra. La persona offesa è il Governo della Repubblica. I mediatori "sono i politici, come Dell'Utri, e gli ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno.
Dicono ancora i magistrati di palermo: "Dopo Lima Cosa Nostra cerca una interlocuzione con l'imputato Marcello Dell'Utri. Quest'ultimo è l'opzione politica individuata dalla mafia, da Riina in persona". Il tentativo di contatto nasce tra la fine del 1991 e il primo semestre del 1992. "E questo avviene con il metodo mafioso: l'avvertimento, le minacce, l'intimidazione, il contatto. Le intimidazioni sono gli incendi alle sedi Standa, a Catania, dopo i quali si realizza il contatto "Cosa nostra-Dell'Utri", quest'ultimo "decisivo" e "indispensabile garante delle richieste di Cosa nostra". Anche Riina, secondo l'accusa, in una intercettazione del 22 agosto 2013, dice: "...lo cercavamo... lo misi sotto... dategli fuoco alla Standa... così lo metto sotto". Il dialogo e la trattativa "portata avanti dal Ros e' un segreto sigillato e conosciuto da pochissime persone". Il capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, il ministro della Giustizia Giovanni Conso, Adalberto Capriotti (subentrato al vertice del Dap al posto di Nicolo' Amato) e il suo vice Francesco Di Maggio "sono gli esponenti delle istituzioni che hanno ceduto, per paura o incompetenza, illudendosi che la concessione di una attenuazione del regime carcerario del 41 bis potesse far cessare le bombe e il piano criminale di devastazione di vite e obiettivi. Cosa che non avvenne".
"Questo processo e questa sentenza sono dedicati a Borsellino, Falcone e a tutte le vittime innocenti della mafia", ha poi concluso il pm del pool che ha istruito il processo sulla trattativa Stato-mafia Vittorio Teresi.