Genova un mese dopo il crollo si ferma: 'E' il nostro Ground Zero'

Una città colpita duramente, negli affetti, nella memoria, nella funzionalità, nella sua stessa essenza di metropoli dinamica e moderna

Ponte Genova

Ponte Genova

globalist 14 settembre 2018

Un mese dopo il crollo del ponte Morandi Genova si ferma per rendere omaggio alle 43 persone morte nel disastro. Alle 11,36 con il cielo lacerato dalle sirene delle navi e dai rintocchi delle campane, i genovesi sono scesi in silenzio: i negozi hanno abbassato le saracinesche, taxi e bus hanno spento i motori, la gente in strada si è fermata in raccoglimento. Un girotondo in mezzo a piazza De Ferrari per ricordare la tragedia: lo hanno fatto alcuni figli delle vittime mischiati a decine di giovanissimi atleti genovesi, accompagnati dagli allenatori e dai dirigenti delle società in occasione del minuto di silenzio delle 11.36 in ricordo delle 43 vittime. "Ci è sembrato doveroso invitare il mondo dello sport a partecipare a questo momento così importante", ha spiegato Rino Zappalà, delegato Coni di Genova.


"Non credo che importi a qualcuno il nome del commissario - ha detto il governatore e commissario per l'emergenza Giovanni Toti -. Il problema è fare le cose bene e presto. Non ingarbugliare le carte. Come istituzioni ci siamo fatti carico da un mese dell'emergenza facendo un lavoro straordinario e oggi chiediamo al Governo di poter continuare, di non avere disturbi ma aiuti, perché l'unico compito ora è riaprire il ponte". 



"Non sarà la caduta di un ponte a piegare Genova - ha detto ancora Toti -, una città che ha voglia di tornare a correre nel più breve tempo possibile. Oggi in piazza De Ferrari, la piazza delle grandi adunate di quel popolo che ha saputo dire no ai terroristi quando fu ucciso Guido Rossa, ribadiremo a tutti questa volontà". 


"La giustizia è la prima cosa, sapere cosa è successo, cos'ha prodotto una cosa così. La procura sta facendo uno straordinario lavoro e l'aula di giustizia ci dirà cosa è successo".


"Per noi genovesi il crollo del Morandi è stata una tragedia terribile - ha detto il sindaco di Genova, Marco Bucci -. Come ground zero per New York, città che ha saputo uscire dal disastro molto bene. Noi vogliamo fare la stessa cosa. Genova non è in ginocchio. Oggi ricordiamo le vittime e pensiamo alla ricostruzione per uscire dalla tragedia con la città più forti e grande di prima".


"Genova non attende auguri o rassicurazioni ma la concretezza delle scelte e dei comportamenti": lo ha scritto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un intervento sulla Stampa e Secolo XIX a un mese dal disastro: la città "è stata colpita da una tragedia inaccettabile" e "ricostruire è un dovere. Ritrovare la normalità, una speranza che va resa concreta. Bisogna farlo in tempi rapidi, con assoluta trasparenza, con il massimo di competenza". L'immagine che la città ha dato di sé, "in quei giorni di lutto e di smarrimento non è stata soltanto di profondo dolore, ma anche di grande solidarietà e di forza d'animo", scrive. "Quella stessa solidarietà, alta, responsabile, coraggiosa, disinteressata, che ha caratterizzato i genovesi e i soccorritori", afferma, è "la chiave di volta per superare la condizione che si è creata". Con un impegno collettivo, nazionale e locale, pubblico e privato, perché "ricostruire è un dovere. Ritrovare la normalità, una speranza che va resa concreta".



Intanto, seduti ai tavolini di plastica allestiti fin dai primi giorni della tragedia, al presidio della protezione civile c'è sempre chi parla, si confronta, si fa forza quando gli occhi si alzano e incrociano il Morandi, che è ancora lì a poche centinaia di metri e spunta tra gli alberi di via Fillak sopra i tetti delle case evacuate all'inizio dell'area interdetta.


"Viviamo qui da 10 anni - ha raccontato all'Adnkronos Giacinto Ursino, 72 anni seduto accanto alla moglie Giuseppina - ho ancora il mutuo e so solo che siamo fuori casa". A un mese di distanza la paura è ancora grande. "E' tutto come prima, ancora impauriti e in ansia - aggiunge sua moglie Giuseppina Vallone - andiamo avanti un po' così, aspettiamo". Il viadotto è ancora lì, come un fantasma mozzato e imponente: lo sguardo lo incrocia guardando dritto da sotto il tendone del presidio verso mare, e si interrompe solo spostando la vista verso destra, verso il Polcevera che da qui non appare nel campo visivo.


Sopra via Fillak è rimasto intatto, un miracolo che ha reso la situazione degli sfollati di Genova unica e diversa rispetto a quella dei protagonisti delle altre grandi tragedie italiane. Le case sono lì, intatte. Non sono le abitazioni distrutte delle immagini del terremoto, non ci sono i palazzi allagati come nelle alluvioni. Ma sono inavvicinabili. Dentro quelle case, la vita di oltre 560 persone si è fermata quel giorno, questo rende ancora più difficile accettare di non poter mai più tornare almeno un attimo, a recuperare i propri ricordi.



"Siamo andati a vedere alcune case che però erano un po' in alto - racconta ancora Giuseppina - io non ce la faccio e allora ne vedremo altre. Mi auguro di poter rientrare, ma devono togliere il ponte da sopra le case. Abbiamo paura. Io ballavo quel giorno sul pianerottolo, tremava tutto. E' meglio non pensarci".


Giuseppina e Giacinto verranno qui, questa mattina alle 11. "Ci saremo per il minuto di silenzio, per i morti, perché loro hanno pagato con la vita - sottolinea - Noi grazie a Dio ancora la vita ce l'abbiamo ma abbiamo altri problemi". Gli occhi si riempiono di lacrime se si pensa a quello che nelle case è rimasto. E forse non si potrà più recuperare.


"Abitavamo nel palazzo a fianco a quello sotto al ponte - racconta Giulia, (nome di fantasia), giovanissima, arrivando al presidio come una staffetta, con le bottiglie di ginger da offrire e un po' di provviste -. Quel giorno non c'ero, ero in vacanza con mio papà e mio fratello. E' corsa a casa la mamma, avevamo anche il cane solo a casa, è salita a prenderlo subito". "Non si hanno certezze - aggiunge - ci facciamo forza a vicenda con i due presidi a Certosa e Sampierdarena, sono la nostra seconda casa, è come continuare a vivere nelle nostre case pur essendo fuori".


In casa sua è rimasto qualcosa che è più di un ricordo. "E' un muretto - ricorda -, io mio fratello gemello lo avevamo dipinto insieme a 2 anni, con le nostre manine colorate, è l'unica cosa che vorrei prendere e so già che non si potrà. Abbiamo pensato di fargli una foto e provare a riprodurlo, quando saremo nella casa nuova".


Dal presidio gli sfollati e i volontari chiedono di mantenere il punto di raccolta e incontro sotto il tendonedi fronte alla zona rossa. "Dovrebbero lasciarlo fino a che la stagione lo consentirà - aggiunge Luca Fava, membro del comitato sfollati - per i pranzi e le cene andremo in un circolo qui vicino, ma qua qualcuno c'è sempre. Poi ci sono i punti di ritrovo presso il club Amici di Certosa e il Romagnoli dove c'è un presidio psicologico per gli sfollati".


"La situazione del quartiere è problematica - continua - perché di fatto la zona rossa taglia tutta la Val Polcevera, il ponte seppure non più integro costituisce una diga che separa la zona dal resto della città. Il quartiere cerca di sopravvivere, le iniziative sono abbastanza frequenti, i negozi hanno fatto proposte per non far morire il commercio, Certosa e Rivarolo cercano di andare avanti nonostante tutto. La volontà è forte. Venerdì (oggi, ndr.) Alle 11 ci troveremo tutti al presidio in via Fillak sotto il ponte di ferro in disuso e alle 11.36 ci sarà il minuto di silenzio: ci stringeremo tutti insieme e auspichiamo che non ci siano solo gli sfollati ma tutta la città per condividere in tanti questo momento".