Gli negano il diritto d'asilo e si uccide: la Regione pagherà il rimpatrio della salma in Gambia

Amadou Javo, di 22 anni, si è tolto la vita a Castelleneta: gli era stato negato lo status di rifugiato e sapeva di dover tornare nel suo Paese

Amadou Javo

Amadou Javo

globalist 18 ottobre 2018

Sarà la regione Puglia a pagare il rimpatrio della salma di Amadou Javo in Gambia. Il 22enne si è tolto la vita lunedì scorso, impiccandosi al cornicione della casa dove viveva con altri connazionali a Castellaneta Marina, dopo che era stata respinta la sua domanda per richiedere lo status di rifugiato.
"Abbiamo ricevuto la notizia che la Regione Puglia vuole accollarsi interamente i costi del trasporto in Gambia della salma del migrante 22enne che si è tolto la vita lunedì scorso. Ci è stata comunicata dall'Arci che, a sua volta, ha preso contatti con la Regione Puglia. E' una bella attestazione di vicinanza e di solidarietà, verificheremo stamattina stessa come stanno le cose e come procedere al meglio". Sono le parole di Enzo Pilò, rappresentante di Babele, l'associazione che si occupa di assistenza ed accoglienza migranti nel Tarantino, i cui collaboratori del centro di Castellaneta sono stati tra gli ultimi a vedere Javo Amadou prima che si togliesse la vita.
Dopo la tragedia l'associazione Babele aveva lanciato una sottoscrizione per raccogliere fondi per il rimpatrio della salma del giovane gambiano. Servono 5mila euro per il trasporto, aveva detto l'associazione. "E subito - ha detto Pilò - abbiamo ricevuto tante chiamate di gente che ha versato la propria offerta perché la salma del giovane tornasse nel proprio Paese. Abbiamo fatto appello alla soldiarietà dei cittadini e non abbiamo chiesto da subito alcun aiuto alle istituzioni, ma adesso la notizia che la Regione Puglia è pronta ad accollarsi le spese: è un buon segnale, un qualcosa che ci fa piacere".
Sulla morte del giovane gambiano è intervenuto anche il Viminale chiarendo che il 22enne aveva un permesso di soggiorno con scadenza a marzo 2019. In Italia aveva chiesto lo status di rifugiato (protezione internazionale). Domanda, però, respinta il 7 dicembre 2016. Era seguito il ricorso contro quel no, e la scorsa settimana, il 12 ottobre, il giudice si era riservato la decisione. Il ministero dell'Interno ha, inoltre, comunicato che i Carabinieri, intervenuti sul luogo del suicidio per le indagini, hanno raccolto le dichiarazioni dei suoi compagni, i quali hanno attribuito il gesto a uno stato depressivo in cui il 22enne versava. Secondo gli inquirenti, il giovane aveva anche manifestato l'intenzione di tornare in Gambia usufruendo dei rimpatri assistiti.
"Dopo che aveva visto sfumare la possibilità di accedere alla protezione internazionale, Amadou - ha raccontato Pilò - aveva fatto ricorso al Tribunale in attesa della decisione, la Questura gli aveva rilasciato un permesso temporaneo di soggiorno, ma dentro di se sapeva già di dover tornare nel suo Paese. E da loro chi torna perché respinto, non viene giudicato bene. Viene ritenuto un fallito, uno che non è riuscito a realizzarsi. Ecco, questo probabilmente gli pesava molto e a quel punto ha compiuto il gesto estremo: farla finita".
Quasi tutte le domande per accedere alla protezione internazionale vengono rigettate e sono molto poche quelle accolte. Negata quindi la protezione internazionale ad Amadou restava un'altra possibilità: la protezione umanitaria. "Ma anche questa via d'uscita, che pure veniva percorsa sino a poco tempo fa, adesso - ha spiegato Pilò - non è più percorribile perché l'ha eliminata il recente decreto Sicurezza. E ci sono tanti giovani migranti che vivono con forte preoccupazione questo restringimento".