La rabbia di una generazione che ha fame di libertà ma è incapace di ottenerla

Come la destra reazionaria ha sfruttato l'immobilismo intellettuale di una generazione per vincere a mani basse la sua partita

Cercasi futuro

Cercasi futuro

Giuseppe Cassarà 28 febbraio 2019

Io la rabbia sociale la capisco.


Non sono in condizioni di miseria: ho, grazie a Dio, una famiglia alle spalle che è stata in grado di sostenermi, un tetto sopra la testa e uno stipendio (frutto di due lavori) che mi consente di arrivare a fine mese. Certo, qualunque tipo di sfizio, lusso o strappo alla regola è assolutamente fuori discussione. Ma ho studiato, ho iniziato a lavorare e c’è chi direbbe che sono il perfetto esempio di ciò che questo governo odia di più: trentenne, terrone, di sinistra.


Eppure, la rabbia sociale la conosco eccome. Non è la rabbia di chi ha fame (e quindi, secondo l’onorevole Paola Taverna, l’unico autorizzato a parlare di fame. Verrebbe da chiedersi come mai lei stia ancora a strillare, vista la mamma abusiva nelle case popolari), ma la frustrazione di chi si vede continuamente negato il diritto al futuro.


Parliamoci chiaro: non è colpa di nessuno, o meglio è colpa di tutti, se la situazione è quella che è: colpa degli anni del berlusconismo sfrenato e dell’idolatria dei consumi, che hanno cresciuto una generazione medio-borghese abituata ad avere tutto e ad aspettarsi di tutto; colpa di un’accelerazione tecnologica vertiginosa, che ha creato un divario incolmabile tra tre generazioni e una confusione comunicativa che ha generato i mostri che invadono i social network quotidianamente; colpa di diverse generazioni politiche che hanno fatto del loro ego la propria agenda, da Berlusconi a Renzi; colpa, infine, anche di noi stessi: più abituati all’autocommiserazione che al rimboccarci le maniche, siamo una generazione con titoli di studio fino alle orecchie ma incapaci di muoverci per ottenere l'indipendenza. Le eccezioni ovviamente ci sono, ma in generale è un brutto periodo per avere 30 anni, economicamente ma soprattutto psicologicamente.
Siamo una generazione che è incapace di staccarsi dal cordone ombelicale pur desiderandolo con tutte le sue forze, e come parassiti stiamo consumando i patrimoni delle nostre famiglie, dissipando quei capitali accumulati nel tempo in cui ‘crisi’ non era una parola di uso quotidiano. E ne siamo più che consapevoli, ma siamo come intrappolati: perché se da un lato il desiderio di indipendenza e tranquillità esiste eccome, dall’altro abbiamo davanti una prospettiva di futuro praticamente inesistente. E non parlo certo delle pensioni, che beato chi le vedrà. Parlo, in maniera più schietta, della possibilità, per esempio, di comprare una casa, avere una famiglia, progettare una vita. E più siamo consapevoli che è inevitabile che lo stile di vita debba necessariamente cambiare e che le nostre esistenze non saranno simili a quelle dei nostri genitori, ecco che ci troviamo davanti un governo che sta tirando il freno a mano con tutta la forza che ha. Che ha deciso di favorire gli anziani a scapito dei giovani (la quota 100) i ricchi a scapito dei poveri (pensiamo all’autonomia differenziata) i cittadini italiani puri e duri a scapito dei cittadini del mondo che sognano e hanno bisogno di una vita senza frontiere. Senza contare l’eredità disastrosa che l’inesistente politica ambientale sta lasciando a chi un giorno, quando sarà troppo tardi, dovrà gestire questa patata bollente. Non c’è un’educazione al consumo sostenibile, non c’è un rispetto per le diversità, c’è invece un’idea velenosa per la quale ‘italiano’ vuol dire sempre ‘migliore’. Anziché abbattere i muri li stiamo ricostruendo, anziché imparare nuove lingue e nuove culture per arricchire la nostra stiamo regredendo, mascherando da ‘cura della tradizione’ una paralizzante paura del diverso, del nuovo. E la cosa peggiore è che tutto questo sta accadendo, giorno dopo giorno, nell’indifferenza di chi è troppo impegnato ad arrivare a fine mese per preoccuparsi dei problemi altrui. E come dargli torto?


È per questo che l’opposizione di sinistra è lasciata in mano ai quattro vegliardi dell’anpi che presto lasceranno il posto a chi di ciò che sta accadendo in questo paese e nel mondo non sa assolutamente nulla. E allora la partita sarà finita.


Questa è la rabbia che capisco io. Una rabbia che non trova sfogo se non nella sublimazione violenta, nel rifiuto del dialogo davanti all’ennesima idiozia figlia del più cieco nazionalismo. Questo è il trucco, pericolosissimo, del populismo: non permettere a questa rabbia di condensarsi in sforzo socialmente utile, ma lasciarla macerare, finché non esplode in violenza, prima verbale e poi fisica. Siamo circondati dalla violenza, e non ce ne accorgiamo nemmeno quando ci passa vicino. 


La paralisi della mia generazione è la carta vincente che i reazionari di tutta Europa stanno usando per vincere a mani basse: laddove la sinistra dei vecchi non riesce a formulare delle risposte, la destra conservatrice fa propria una linea di comunicazione composta da slogan, che annullano la riflessione critica e condensa concetti complessi in poche battute. È la pigrizia il problema principale della generazione che Michele Serra ha giustamente definito degli ‘sdraiati’. Una generazione che non si rassegna al pensiero che dovrà cavarsela da sola, prima o poi. Una classe di 30enni che hanno abolito dalle loro vite la conoscenza del mondo oltre i confini del proprio orticello ma non per scelta, ma perché dove lo trovi il tempo di formarti un pensiero critico, schiacciato nelle incombenze della quotidianità? E su questo vuoto pneumatico, su questa ignoranza figlia della modernità sfrenata, la destra sta costruendo, ha costruito, il suo predominio.


E il messaggio sta filtrando la nostra generazione, la sta superando: la Santanché che va a spiegare ai bambini che ‘chi ha i soldi comanda’, l’abolizione dell’esame di storia alla maturità: sono i primi segnali che la battaglia si è già spostata su un altro campo, quello delle menti più giovani. La mancanza di cultura non genera solo ignoranza, genera violenza. Genera corpi violenti, parole violente. Una violenza che prima o poi esploderà, travolgendo tutti, anche coloro che l’hanno fatta crescere.