Feto di plastica? Regalassero una bambola con la maglietta rossa dei bambini affogati

Il disgustoso gadget del feto umano distribuito da ProVita a Verona è una mancanza di rispetto per le donne e per la vita stessa

Il gadget di ProVita e Aylan

Il gadget di ProVita e Aylan

Giuseppe Cassarà 29 marzo 2019

Lo diceva bene Corrado Guzzanti, quando interpretava il suo Padre Pizzarro: “A noi la vita ce interessa dal concepimento fino alla nascita, e poi la morte. In mezzo c’è un grandissimo chissenefrega”.


Sono parole ironiche che tornano però violentemente alla mente guardando quegli orribili gadget che gli attivisti di ProVita (gli stessi che avevano imbrattato Roma con i manifesti antiabortisti) hanno distribuito ai partecipanti del Congresso di Verona: piccoli feti umani - da usare come portachiavi? Come calamite da attaccare al frigo? - per sensibilizzare le persone contro l’interruzione di gravidanza, che per i fissati con la famiglia tradizionale non è meno che un omicidio (c’è anche chi lo definisce ‘cannibalismo’, non si capisce bene perché).


ProVita è un associazione che non ha alcun rispetto della donne e soprattutto della vita umana: dipingono le donne che hanno abortito, esercitando il sacrosanto diritto di decidere sul loro corpo, come delle assassine - ignorando tutti quei casi in cui una donna non può tenere il bambino per motivi di salute, psicologici, economici -, ma soprattutto scimmiotta un tema delicato come l’aborto con delle bamboline.


Dov’è ProVita ogni volta che un bambino migrante muore affogato in mare? Dov’è ProVita davanti agli innumerevoli casi di abusi su minori, in seno alla chiesa, alla Famiglia - quella che loro chiamano ‘tradizionale’ -, alla scuola? Dov’è ProVita davanti alle violenze sulle donne, agli stupri di bambine, alla tratta delle prostitute, ai suicidi degli adolescenti bullizzati perché omosessuali (da coloro, tra l’altro, che oggi fanno la passerella al Congresso di Verona)?


Altro che bamboline a forma di feto. Bisognerebbe distribuire delle bambole di bambini con la maglietta rossa, come quella indossata da Aylan, morto a tre anni in una spiaggia in Grecia. Oppure delle copie di pagelle, come quella che aveva cucita addosso quel ragazzino migrante annegato nel Mediterraneo. O ancora, dei bambolotti con indosso gli abiti del giorno della preghiera mussulmana, come quelli indossati dai bambini morti nella strage di Christchurch.


Ma aveva ragione Guzzanti: a ProVita non interessa nulla della vita, quella vera, quella che fa soffrire, quella per cui si avrebbe davvero bisogno di una mano. A loro interessa solo fare i bulli con i corpi delle donne nel nome di un Dio che sostengono di conoscere ma che non hanno mai compreso.