Franco Serantini, cronaca di un omicidio di Stato

Anarchico fu picchiato e arrestato dopo le cariche delle forze dell'ordine a Pisa. Portato in prigione morì due giorni dopo lasciato in una cella senza cure. Aveva subito colpi in testa. Era il 5 maggio del 1972

Franco Serantini

Franco Serantini

Giuseppe Costigliola 5 maggio 2019
5 maggio 1972, venerdì: Pisa è in subbuglio. La domenica si terranno le elezioni politiche, nel Paese spirano minacciosi venti di revanscismo fascista tra golpe tentati, stragi e attentati compiuti con la collaborazione fattiva di pezzi deviati dello Stato. Come spesso è accaduto nella sua storia, l’Italia è spaccata, sull’orlo d’un baratro sempre incombente.
Pisa è città di tradizione mazziniana, anticlericale, percorsa da vampate libertarie. Vi avevano avuto luogo scontri cruenti tra il fascismo toscano, particolarmente violento e becero, e il socialismo attecchito alla fine dell’Ottocento. Dal 1943 vi operarono la 3a e la 24a brigata Garibaldi, che impegnarono duramente i nazifascisti, scatenando rappresaglie feroci, assassinii e impiccagioni quotidiane. Nel febbraio del 1967 vi vide la luce l’organizzazione Potere operaio (la sede di via Fucini divenne un punto di riferimento per i goscisti di tutta Italia), e nel 1968 l’Università cittadina fu teatro delle contestazioni studentesche, tra le più virulente dell’intero Paese. Pisa divenne una roccaforte della sinistra extraparlamentare, ed è lì che si celebrarono i primi processi repressivi contro gli studenti, è lì che accaddero tragedie simboliche della violenza operata dallo Stato, che coinvolsero giovani vittime, come il sedicenne Soriano Ceccanti, colpito dalle forze dell’ordine e rimasto paralizzato, e il ventiduenne Cesare Pardini, ferito a morte da un candelotto della polizia.
Durante la campagna elettorale del 1972, la Dc porta avanti una forsennata propaganda per la difesa dell’ordine, in concorrenza con il Movimento sociale. Il clima politico è rovente; il 1° maggio viene proibita una manifestazione di Lotta continua, la città sembra in stadio d’assedio: si temono incidenti per il comizio di chiusura dell’onorevole missino Giuseppe Meucci, previsto per il pomeriggio del 5 maggio. Da Roma giunge il famigerato I Raggruppamento celere.
E quel giorno accade quel che in molti avevano previsto. Pisa è un focolaio di scontri, un alternarsi di barricate, le vie sono presidiate dai blindati delle forze dell’ordine. Incendi, nuvole di fumo, l’odore acre dei gas lacrimogeni appestano il Lungarno: una visione da inferno dantesco.
Franco Serantini è un pacifico anarchico di venti anni, con alle spalle un passato lacerante: abbandonato appena venuto al mondo al brefotrofio di Cagliari, viene affidato a due coniugi siciliani, quindi a un istituto religioso, poi al riformatorio di Pisa, pur essendo incensurato. A Pisa rifiorisce: prende la licenza media, si iscrive a un Istituto professionale, viene colto dalla passione politica. È un idealista puro, pieno di candore, mai settario, che detesta la violenza. Un giovane curioso e ricco di interessi, in balia di contraddizioni ma animato da una naturale volontà di giustizia umana e sociale, dalla speranza di riscattare i torti e i soprusi che vede intorno a sé, che ha incisi nell’anima. È un donatore di sangue dell’Avis, impegna il suo tempo per gli altri, vive le vicende di Pinelli e di Valpreda come una ferita aperta sul suo giovane corpo.
La sera del 5 maggio 1972 Serantini è fermo all’angolo di via delle Belle donne, lì dove sfocia sul Lungarno Gambacorti. Il tramonto rosseggia le acque del fiume, mentre lui osserva la “sua” città devastata dagli scontri, ode la violenza echeggiare nelle strade antiche, cariche di storia, annusa annichilito gli odori di guerra.
Manca poco alle otto di sera. Sul Ponte di Mezzo si profila minacciosa una colonna formata da una quindicina di camionette e di gipponi, carichi di una sessantina di uomini del secondo e del terzo plotone della terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma. Il primo mezzo abbatte una barricata eretta con automobili bruciate e tabelloni pubblicitari. Serantini assiste all’avanzata, immobile e disarmato.
Una decina di celerini si avventano contro il ragazzo inerme, lo accerchiano, prendono a picchiarlo con furia disumana, coi calci dei moschetti, i manganelli, gli scarponi. I sensi probabilmente accesi da qualche sostanza proibita, lo tempestano di colpi con metodica ferocia, riversando su quel giovane indifeso la loro furia, le loro frustrazioni. Sono dei ventenni, come la loro vittima sacrificale.
Un graduato ferma la mattanza. Serantini, semisvenuto, viene caricato su una jeep, condotto in piazza Garibaldi e poi, su una “Giulia” del pronto intervento, alla caserma Mameli, in via San Francesco, quindi al carcere Don Bosco.
In quella prigione Franco Serantini trascorre trentadue ore di tremenda agonia. La mattina del sabato subisce un interrogatorio; i detenuti si rendono conto della gravità delle sue condizioni, allertano le guardie, ma a nessuno pare importare che quel ragazzo abbia la testa rotta, che si stia lentamente spegnendo, tra atroci sofferenze. Eppure sono in molti a vederlo: gli agenti di custodia, i graduati, il magistrato che lo interroga, i medici che lo visitano frettolosamente, senza neanche misurargli la pressione arteriosa o la frequenza cardiaca, la temperatura, la reattività della pupilla: si limitano a prescrivergli una borsa di ghiaccio. Le testimonianze raccolte in seguito sono agghiaccianti: anche un cieco si sarebbe accorto che quel ragazzo era in fin di vita.
La sera del sabato alla tv trasmettono un episodio di Pinocchio, lo sceneggiato di Luigi Comencini. Franco ama la storia di quel burattino che diventa umano, in fondo gli ricorda ciò che è accaduto a lui. Ma quella sera non riesce a muoversi dalla sua cella, sta morendo. Spira la mattina del 7 maggio, il giorno delle elezioni, come per un macabro destino.
Dopo la morte comincia l’osceno balletto cui questo Paese ci ha orrendamente abituati. Il decesso, nel certificato di morte, è ricondotto a una “causa accidentale”. Un secondo certificato parla di “ematoma intracranico post-traumatico”, mezzi e modi delle lesioni sono “da determinare”. Per insabbiare l’omicidio la direzione del carcere tenta di seppellire al più presto il corpo, si fa restituire dallo stato civile del Comune il primo certificato, di cui però erano state fatte delle fotocopie. La fine violenta di un giovane inerme ammazzato di botte dalle forze dell’ordine ha un’eco profondissima nella parte civile e democratica della nazione; si scatena una virulenta battaglia politica contro gli organi di polizia, il ministro degli Interni, il governo. Viene aperta un’inchiesta, ma nessuno pagherà per quella morte. “Non c’è da stupirsi se la vittima di una vita di violenza è morta in modo così atroce e se sul suo cadavere ha seguitato a stratificarsi la violenza del potere. Giustizia non è stata fatta” scrive Corrado Stajano nel suo memorabile libro-inchiesta Il Sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini, che uscì nel 1975, e di recente ripubblicato da Il Saggiatore.
I funerali di Franco Serantini hanno luogo in una città “partecipe, dolente”, vi accorre tutta la società civile e democratica, la parte sana del Paese. Rimane questo, forse, “l’unico dono che Serantini abbia avuto dagli uomini”.