L'Italia sempre più vecchia: cresce il numero di genitori anziani che si prendono cura dei figli disabili

A Treviso a 82 anni è rimasta chiusa in casa accanto al corpo del figlio morto da 4 mesi. Nicoletti: “Diventare fantasmi è destino di tanti che hanno un figlio disabile adulto”. Gironi Carnevale: “Dignità calpestata”.

Immagine di repertorio

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 Sono rimasti uniti, nella loro solitudine, fino alla morte e anche molti giorni dopo: la mamma, 82 anni, è rimasta a vegliare per quattro mesi il figlio disabile, morto a 50 anni in casa e vissuto sempre con lei. E' accaduto a Treviso, dove i condomini e l'amministratore, allarmati dal forte odore che proveniva dall'appartamento in cui i due abitavano, ha chiesto alla polizia di intervenire per verificare la situazione. E' così venuta alla luce una realtà che nessuno immaginava, nella sua drammaticità: l'uomo, morto da circa quattro mesi, disteso sul proprio letto, dove l'anziana madre non aveva mai smesso di stargli accanto. E l'appartamento in uno stato di abbandono, con rifiuti accumulati e sporcizia ovunque. Una storia di cui pochi giornali hanno parlato, ma che non è sfuggita a chi, genitore non più giovane di un adulto con disabilità, sente la propria condizione vicina e simile a quella della donna e di suo figlio.


“Dietro questa notizia c’è un mondo di dolore, di vita vissuta, di dignità calpestata che hanno bisogno di essere ricordati – commenta Irene Gironi Carnevale, mamma di Tommaso, un ragazzo con autismo – Tutti sapevano che in quella casa abitavano una madre anziana e un figlio disabile che sicuramente avevano bisogno di un aiuto, di un sostegno, di un gesto di umana carità e condivisione. Invece niente. Magari qualcuno dirà che la madre 'non ci stava con la testa', non chiedeva aiuto, ma questo dovrebbe far riflettere proprio sulla necessità di monitorare situazioni che non credo si fatichi a definire problematiche. Una donna di 82 anni che per 50 si è occupata del figlio disabile, come ha potuto, con le sue capacità, i sacrifici, l’abnegazione, l’amore infinito, gli errori, le assenze di chi avrebbe dovuto aiutarla, non può e non deve essere lasciata sola. Questa morte è un crimine annunciato – denuncia Carnevale - un crimine di indifferenza, indifferenza delle istituzioni e della cosiddetta società civile. Un crimine di solitudine colpevole, di abbandono, di assenza di attenzione per i più deboli. Chi ha un figlio disabile capisce perfettamente di cosa si parla – continua -, sente sulla sua carne la morsa del tempo che fugge e i mille interrogativi sul dopo di noi che si affacciano alla mente turbando il sonno. Chi non ce l’ha non lo sa com’è, ma questa non è una giustificazione, anzi. Una società che non sa come tutelare i suoi figli più deboli è una società malata, povera, misera”.


“Per quattro mesi nessuno ha fatto caso che una donna e suo figlio non uscissero più di casa: erano due fantasmi, persone che socialmente non esistevano più – commenta su La Stampa Gianluca Nicoletti - Questo è il destino di gran parte delle famiglie che hanno in carico una persona disabile adulta. Tutti potranno pensare e dire che quella donna è stata sopraffatta dal dolore, ha perso la lucidità, magari aveva anche dei problemi mentali. Ma mi viene da pensare, come genitore di un ragazzo disabile, che quella donna non ha voluto mollare nemmeno da morto il proprio figlio a persone che lo avrebbero considerato soltanto in ragione della retta che lo stato paga a chi si occupa della raccolta differenziata di esseri umani non spendibili socialmente”.


Elena Improta, mamma di Mario, un ragazzo ormai adulto con una grave disabilità, pensa “alla solitudine che impera nelle nostre case, al nostro diventare invisibili ogni giorno che passa, all’assenza totale di pietas, di accoglienza e cura della famiglia nel suo insieme”. E il pensiero è pesante, drammatico: “Sarebbe più dignitoso poter scegliere un fine vita senza ipocrisie: l’eutanasia. Riacquistare la propria dignità da morti, senza dover diventare oggetto di cronaca locale solo perché l’odore della morte diventa insopportabile. Questa mamma non viene ricordata per il suo coraggio, non ha un nome né una storia – osserva Improta - Quest’uomo morto non ha un nome ed anche lui appare senza un’identità, senza radici, senza un ricordo vero del suo passaggio sulla terra. Si parla solo di 'puzza', 'degrado': la notizia viene data ma è come se facesse trasparire solo follia e non amore . Mamma di 82 anni ti voglio bene, hai la mia personale solidarietà – conclude Improta - Ti chiamerò Anna e il tuo bambino di 50 anni lo chiamerò Paolo e vi porterò con me, come eroi di una vita segnata da amore puro”. (cl)