Ad Agrigento, Sud del Sud dove si è cancellata la parola "speranza" dal dizionario

Adesso ad Agrigento non si lavora, non si vende e non si compra: il racconto di una città dalla quale si emigra

La stazione degli autobus di Agrigento

La stazione degli autobus di Agrigento

Onofrio Dispenza 9 giugno 2019

Un uomo vende tre mazzetti di cime di cappero selvatico disposti sul rovescio di una cassetta di frutta. Se riesce a venderli, recupererà "pane e companatico" per oggi. L'uomo siede all'ombra, in un angolo di Porta di Ponte, la porta di ingresso alla vecchia città di Girgenti, lì dove ai primi del Novecento la macchina fotografica degli Alinari fissava in immagini seppiate il venditore di lumache e l'uomo con la cesta del pesce. Dal 1920 ad oggi è cambiato poco. d anche tanto, non sempre in bene. Le cime tenere della pianta di cappero selvatico, perchè si possano mangiare, devono stare tre giorni a bagno, cambiando spesso l'acqua. Questo, per togliere l'amaro. Poi si potranno sbollentare e condire con olio e aceto. Questo me lo ricorda, in dialetto, l'uomo che li vende. Lo saluto per andare poco più in là, a Porta di Ponte. Un tempo, quando si andava giù di cemento e cazzuola, qui si contrattava la manodopera, c'era la fila. Sempre qui, sostavano, tra un caffè e una granita, i sensali, mediatori tra chi vendeva e chi voleva comprare. Adesso ad Agrigento non si lavora, non si vende e non si compra.  
Prime istantanee di un breve viaggio di inizio estate in quel Sud che se ti sporgi ti ritrovi nel Mediterraneo. Eccolo il Mediterraneo, basta affacciarsi dal parapetto che sta vicino Porta di Ponte è lo vedi. Se hai occhi buoni e  vista lunga quasi riesci a carezzare l'altra sponda. Tra quella sponda e questa, una Madre pietosa. 
Quel che è stato e continua ad essere il mare che comincia dove finisce la Valle dei Templi lo sappiamo. Sappiamo anche come si è tradotto in politica e in risultato politico. Ma questa ( forse) è un'altra storia, e ci arriveremo.
Torniamo alle nostre istantanee. Stazione degli autobus. Da qui si raggiungono in autobus la Germania, il Belgio, la Francia, la Svizzera. Non perchè sia tempo di turismo. Si parte per disperazione. E' cambiato poco, come si vede.
"Dove vai?", chiede un uomo seduto davanti ad un bar all'amico col borsone in spalla che sale su uno degli autobus. "A Milano", gli risponde l'amico. Aggiunge che qui non c'è niente da fare, che ci ha provato...Non gli resta che provare a Milano, poi si proverà all'estero.
Procediamo con le istantanee. Un ragazzo ad un amico: "Per ora faccio il cameriere, qualcosa d'estate la trovo, ma è sempre precaria…". "Come mai tu non parti?". "Sai, abbiamo una casetta di proprietà di mia suocera, che pure mi aiuta con la pensione...Se andassimo fuori, la casa da pagare e altro…".
Gaetano Gucciardo insegna Sociologia all'università di Palermo. Vive ad Agrigento, e qui ha una storia personale di impegno politico iniziato nell'ambientalismo. Imbocchiamo via Atenea, il corso della città. Proviamo a contare i negozi che hanno cessato l'attività, ci fermiamo quando i numeri sono diventati quelli di un cimitero. Un contrastato centro commerciale - che non avrebbe mai dovuto nascere - ha fatto terra bruciata, "sparato" alla tempia, una dietro l'altra a decine di attività commerciali, anche a quelle di antica tradizione, legate alla storia e alle tradizioni. "Ricordo che quel centro commerciale passò per un solo voto in Consiglio", mi ricorda Gucciardo. In un sol colpo, zittì dubbi e perplessità, spense l'avvertimento di quanti prefiguravano i danni che avrebbe provocato.  Sul piano economico, sociale e culturale.


Ad Agrigento per decenni si è costruito oltre misura, con danni anche irreparabili, passati alla storia dei crimini contro il territorio e la legalità. Non si conosceva altra destinazione del denaro se non il mattone. Risultato? Ora non si riesce a vendere, il mercato delle case è crollato, quel che costava 3 ora vale uno. E non si riesce a vendere. 
Qui ristagna tutto, il mercato della casa, il mercato del lavoro, la partecipazione politica. Intere generazioni che avrebbero potuto divenire classe politica, classe dirigente, si è formata altrove e altrove è rimasta. Agrigento e la sua provincia nella prima e nella seconda Repubblica hanno sfornato fette importanti della classe politica nazionale, qui si sono riversati fiumi di soldi pubblici. Come acqua piovana che precipita in una fessura del terreno e che non porta beneficio al terreno che resta arido. In questa Repubblica tutta da definire e scomposta a votare ci va un agrigentino su tre. "Così alle ultime europee - mi dice il sociologo - un dato che è indicatore significativo di (non)partecipazione... Alle europee non c'era nulla da "scambiare", come era stato alle politiche quando sul tavolo si era buttato il fattore "reddito di cittadinanza". "Alle politiche fu "voto di scambio", di scambio politico…", gli suggerisco io. "Si, sintetizzando è stato così..", mi conferma Gucciardo. Qui come in tanti altri angoli del Sud il reddito di cittadinanza è un souffle che si è afflosciato. Non è come appariva e gli stessi sindacati che avevano sentito bussare tanta gente alla porta per avere una guida e una assistenza, adesso devono ricredersi. L'attesa del reddito di cittadinanza in qualche modo aveva promesso un senso al personale e alle strutture sindacali.
Grillini e leghisti, dai grillini ai leghisti. "Nell'uno e nell'altro caso - dice Gucciardo - il voto è stato insieme clientelare e politico, e di protesta. Una clientela tradita e in attesa".
Ad Agrigento il prossimo anno si voterà per rinnovare consiglio comunale e sindaco. La curiosità? Probabilmente la Lega candiderà un piccolo imprenditore locale che alla Lega ci è arrivato passando da Forza Italia e pure da una candidatura alle primarie del Pd. Si, ad Agrigento può accadere anche questo. Qui la Lega alle europee ha preso poco meno di 5 mila voti. Poca cosa, in fondo, ma se si rapporta ad una partecipazione di poco superiore al 35 per cento, si può ben pesare il senso di quel voto. E qui la Lega si è anche adeguata - come dire - al costume,  si è servita di una vecchia figura che sembra immortale al Sud, quella dei "galoppini". Anche questi hanno attraversato tutte le stagioni e tutte le Repubbliche. Al voto più recente, per la Lega in città, nei quartieri del centro storico con tanti immigrati si muoveva un personaggio che ha sempre battuto cortili e scalinate, conoscendo uno ad uno quanti sono al margine di tutto e si accontentano di una piccola attenzione.
E le forze riformatrici, gli eredi delle forze di sinistra, del Pci? "La vecchia classe politica siciliana e agrigentina del Pci - ricorda Gucciardo - negli anni Ottanta e Novanta ha fatto il deserto con l'arma della resistenza degli apparati ad ogni nuova forma di partecipazione, ad ogni ipotesi di nuova partecipazione, a chi che non fosse di apparato. Il risultato, con successive responsabilità, fino ad arrivare ai nostri giorni, è un consenso insignificante…".
Ultima istantanea. Quattro uomini al bar ricordano due, tre pesanti schiaffi del governo 5Stelle-Lega. All'indomani del voto europeo, dopo aver preso i voti, in un sol colpo ha appeso il cartello "Chiuso" alla più bella tonnara del mondo, quella di Favignana. E ha messo una croce su due incompiute sulle quali avevano giurato, il raddoppio della Agrigento-Caltanissetta che avrebbe collegato la città all'autostrada Palermo-Catania e una seconda croce sulla Agrigento- Palermo, una sequenza infinita di cantieri che moriranno cantiere.