La caccia razzista e sessista di Lampedusa, tragedia italiana con epilogo buffo

Chi urlava quelle violenze, chi ordinava ai poliziotti di ammanettare la giovane comandante della Sea Watch, andava identificato e il suo nome andava scritto in un rapporto da mandare al magistrato

Carola Rackete, comandante della Sea Watch

Carola Rackete, comandante della Sea Watch

Onofrio Dispenza 30 giugno 2019

Ancora due, tre cose sulla notte brava di Lampedusa. Da una parte, la giovane comandante che aveva scelto di andare incontro al fermo di polizia e al processo, pur di far sbarcare decine di profughi salvati nel Mediterraneo.
Scende dalla sua nave circondata da un nugolo di militari di tutte le armi. Dall'altra gesti e parole d'odio, e minacce con certa e pesante rilevanza penale.
La scena non poteva non farmi tornare in mente un capolavoro, "La caccia", film di metà degli anni Sessanta, regia di Arthur Penn, con un gran cast nel quale spicca, bravissimo, Marlon Brando. E' un film che, purtroppo, mi capita di citare, di tanto in tanto, e che alla prima occasione rivedo. E' un film che dovrebbe essere proiettato nelle scuole, che il servizio pubblico dovrebbe ridare in queste ore, solo se fosse realmente mosso dall'idea di servizio pubblico e non da logiche che sono molto più discutibili di quelle che per larga parte della sua vita lo hanno quasi sempre caratterizzato. Il film, brevemente: n un piccolo paese della provincia americana si scatena una caccia all'uomo intrisa da odio sconfinato. Ad opporsi, lo sceriffo. Ed è la lotta tra la ragione e il giusto da una parte, e l'irrazionalità del male dall'altra, che si è impossessata della comunità, anche strumentalizzata.
Quel che è accaduto l'altra notte a Lampedusa lo abbiamo visto, e soprattutto sentito. Una donna che inveiva su una giovane donna rea di aver salvato degli uomini in balia del mare. Un nugolo di uomini col sangue agli occhi, a sputarle addosso le peggiori volgarità, anche quelle che il pudore da taverna soffocherebbe in gola.
Atti e parole che avrebbero dovuto suggerire ai poliziotti presenti e ai loro dirigenti, di intervenire. Perché quelle parole e quegli atti erano in gran parte reato. A partire dall'odio sessista che, se non sbaglio, mi pare per la legge Mancino, prevede una pena da 6 mesi a 4 anni di carcere. Che a macchiarsene ci fosse pure delle donne, la cosa diventa disgusto puro.
Chi urlava quelle violenze, chi ordinava ai poliziotti, senza averne titolo, di ammanettare la giovane comandante della Sea Watch, andava identificato, il suo nome inserito con gli altri identificati in un rapporto da mandare al magistrato. In allegato, il video con le immagini, ma soprattutto con i sonori. E' stato fatto? Vedremo. Chi in quella scandalosa notte di cagnara e di caccia al mostro non si è stato identificato, si può sempre cercare. Quella notte non c'è stato un solo reato, scelto e consapevole della giovane comandante, ci sono stati tanti altri reati, che hanno violato, anche questi, quella legge invocata in maniera scomposta in Rete nel j'accuse isterico contro la giovane comandante.
La notte brava di Lampedusa è stata "telefonata", come si dice in discutibile gergo. Sulla banchina quella sera dovevano esserci. Per urlare e imprecare. Per dare una certa immagine, quella immagine al Paese intero; immagine da inviare oltre frontiera, da rilanciare sui propri sociali, da imporre ai media perché fungessero da gratuito ufficio stampa del male. 
In questa notte brava lampedusana, anche gli elementi di commedia all'italiana. Uno di quelli che strillava e augurava alla giovane comandante d'essere violentata da una gang, viene allo scoperto e confessa: "Si sono stato io, ero ubriaco... Ma non sono leghista, ho votato 5Stelle...". Non si è ben capito quando ubriaco, quella notte o quando è andato a votare? Epilogo buffo di una tragedia italiana.