Oltraggio a pubblico ufficiale: perché aumentare le pene è pericoloso per la libertà

Il decreto sicurezza ha il sapore demagogico tipico di un certo populismo penale e cavalca una certa suggestione a politiche autoritarie.

Aula di tribunale

Aula di tribunale

globalist 28 luglio 2019
di Sergio Mascia (avvocato)
Il cosiddetto decreto sicurezza bis oltre a una serie di norme, di dubbia costituzionalità, probabilmente contrarie a impegni internazionali sottoscritti dall’Italia e sicuramente inumane, volte a impedire il salvataggio in mare- prevede alcune modifiche al codice penale. Queste modifiche sono generalmente indirizzate a un inasprimento delle pene per alcuni reati, e in questo non si possono che rilevare due elementi: da una parte il sapore demagogico tipico di un certo populismo penale, che questa maggioranza sta portando avanti da appena insediata e d’altro canto una certa suggestione a politiche autoritarie.
Le fattispecie modificate si riferiscono soprattutto a situazioni di manifestazione del dissenso, quali i cortei, ma ve n’è una particolarmente indicativa dell’ideologia che porta avanti questo governo: l’oltraggio a pubblico ufficiale.
La modifica del’articolo 341 bis c.p. eleva infatti la pena minima a 6 mesi di reclusione, invece dei 15 giorni ora previsti. Già da questa circostanza si può giudicare come questo aggravamento della pena sia severo, soprattutto se teniamo conto che per esempio il minimo di 6 mesi è previsto per esempio per l’omicidio colposo. Ma se facciamo un’analisi storica di questo reato le conclusioni sono molto più inquietanti e non fanno presagire niente di buono per il futuro della nostra democrazia.
Il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, come è noto, punisce le offese a coloro che rivestono tale mansione nell’esercizio o a causa delle loro funzioni. Il codice liberale Zanardelli del 1889 prevedeva la pena fino a 6 mesi o una multa, il codice Rocco, approvato nel periodo fascista e mantenuto (in larga parte) anche durante la Repubblica, stabiliva la reclusione minima di 6 mesi e massima di 2 anni. Nel 1994 interviene la Corte costituzionale che valuta eccessiva, nel minimo, tale pena. I giudici di Palazzo della Consulta dicono sostanzialmente questo: in una democrazia matura (usano proprio questa espressione) non si capisce perché le offese a un normale cittadino debbano avere un trattamento diverso rispetto a quelle a pubblico ufficiale, e all’epoca l’ingiuria era punita con la reclusione fino a 6 mesi, vi è quindi troppa sproporzione tra i due reati.
Nel 1999 il legislatore va oltre e abroga questa fattispecie, se un pubblico ufficiale verrà offeso, se lo riterrà, potrà presentare querela e si aprirà un procedimento per ingiuria, aggravata perché commessa ai danni appunto di un pubblico ufficiale. Purtroppo questa situazione di uguaglianza dura solo dieci anni perché nel 2009 il Parlamento interviene nuovamente sul punto e reintroduce questo reato, con una formulazione un po’ più garantista del preesistente e mantenendo il limite della pena a quello indicato dalla Corte.
Ora invece il legislatore si disinteressa del parere dei giudici costituzionali (e dell’uguaglianza sostanziale dei cittadini) e decide di inasprire la pena ma attenzione ora si è del tutto modificato il quadro normativo infatti l’ingiuria non è più un reato ma è diventata un illecito civile pertanto la sproporzione di tutela per le offese rivolte a un privato e quelle a un pubblico ufficiale diventa abissale, ben più grave che nel 1994.
Quindi se è sacrosanto che le funzioni di un pubblico ufficiale siano oggetto di tutela (e per questo è giusto che i reati di resistenza violenza e minaccia continuino a esistere) e sebbene si debba riconoscere che in questo periodo le offese e i linguaggi d’odio stiano diventando un problema sempre maggiore, non va mai dimenticato, quando si modifica la legge penale, che l’offesa più grande è quella alla Libertà del cittadino.