Elisa Pomarelli, l'ennesima donna uccisa brutalmente da un maschio (e dalla stampa italiana)

Noi di Globalist da anni ormai stiamo compiendo la nostra piccola grande rivoluzione a fianco delle donne vittime di violenza. E continueremo anche se in solitudine.

Il titolo de Il Giornale

Il titolo de Il Giornale

Claudia Sarritzu 8 settembre 2019

  1. Il Tg2 oggi ha intervistato un carabiniere che ha arrestato l'assassino di Elisa Pomarelli, le domande erano su quante lacrime avesse versato e su come fosse pentito. E il mio sangue si è gelato. 


"Gigante buono", "Lei amava le donne", "L’ho uccisa, ho fatto una stupidaggine", "Si è petito, piangeva", "L'ha uccisa ma l'amava". 
Diverse testate di autorevoli giornali italiani ma stesso modo di approcciarsi a una notizia di femminicidio. Dal titolo oscendo de Il Giornale che definisce Sebastiani un gigante buono a quello sconvolgente de Il Corriere che giustifica l'omicidio di Elisa con una sua presuna omosessualità che le avrebbe impedito di corrispondere il suo aguzzino. 
Aveva solo 28 anni Elisa Pomarelli ed stata uccisa da un uomo che voleva possederla. Forse definire un uomo un assassino è troppo. Forse dovremmo dire un maschio. Nessun amore. Solo desiderio di possesso. Nessuna amicizia, solo la perseveranza di prendersi ciò che credeva suo. Questo uomo l'ha uccisa e ne ha occultato il cadavere in un bosco. Di Sebastiani, che ha confessato dopo due settimane mentre una madre e un padre si convincevano che la figlia fosse ancora viva, non c'è da raccontare il suo "pentimento" perché per giorni ha fatto perdere le sue tracce perché non voleva essere scoperto. Ha confessato quando ha capito che la sua fuga era terminata. 
Ma la stampa nostrana ci ha informato della sua fisicità, di quante lacrime ha versato davanti ai carabinieri, della sua rabbia repressa, di un falso raptus. Tutte notizie irrilevanti. Lui è bianco e italiano quindi a lui si può concedere una carezza, addirittura il perdono mentre il corpo di Elisa non è stato ancora restituito alla sua famiglia. 
Oggi più di ieri abbiamo la prova che il giornalismo italiano è complice della cultura della violenza sulle donne perché si ostina a dare giustificazioni a tutti gli uomini che massacrano, stuprano, uccidone le donne. Lo fa solo ed esclusivamente quando questi sono italianissimi e si scorda completamente della vittima che diventa solo un inciampo nella vita di "uomo fragile ma buono". 
Le più grandi rivoluzioni sociali nascono nelle pagine dei giornali. Se volessimo davvero salvare la popolazione femminile da questa continua mattanza cambieremo il nostro modo di raccontare femminicidi e stupri. Ma per farlo dovremmo avere dei professionisti colti, evoluti, liberi da sterotipi sessisti. Con questa generazione di giornalisti invece non andremmo da nessuna parte. Noi di Globalist da anni ormai stiamo compiendo la nostra piccola grande rivoluzione al fianco delle donne violate. E continueremo anche se in solitudine a dire sempre e solo che un "maschio ha ucciso una donna".