La fidanzata di Giovanni Custodero racconta: "Prima di morire mi disse: che fortuna averti così"

La 22enne è stata la compagna del portiere del Fasano Calcio, morto di sarcoma osseo che ha scelto la sedazione profonda. «Non si arrabbiava mai»

Luana Amati e Giovanni Custodero

Luana Amati e Giovanni Custodero

globalist 15 gennaio 2020

In una bella intervista uscita sul Corriere a firma di Ferruccio Pinotti, Luana racconta il suo dolore. «Permettimi di cadere, ma ora devi reggermi tu… se no non stiamo pari, angelo mio meraviglioso». È questo l’addio che Luana Amati, 22 anni, ha affidato ad un post condiviso su Facebook al suo fidanzato, Giovanni Custodero, l’ex calciatore 27enne della provincia di Fasano morto nei giorni scorsi a causa di un sarcoma osseo e dopo aver deciso di ricorrere al coma farmacologico. Il Corriere ha voluto chiedere a Luana un ricordo più personale e diretto di Giovanni, il «guerriero sorridente» che nonostante la terribile prova ha saputo infondere a familiari, parenti ed amici un messaggio meraviglioso di speranza e di amore per la vita. Raggiungiamo Luana mentre è assorta sulla tomba di Giovanni a Pezze di Greco, la frazione di Fasano (Brindisi) dove il ragazzo è sepolto.




Luana, dove trovava Giovanni la forza di sorridere e di amare che gli ha valso il soprannome di «guerriero sorridente»?
«Giovanni è sempre stato un ragazzo solare, che non se la prendeva mai per nulla, che lasciava scorrere le cose, che non si arrabbiava mai, per nulla. La malattia gli ha donato in seguito un coraggio incredibile: la corazza se l’è costruita a poco a poco, ha trovato una forza che probabilmente già aveva ma che forse non sapeva di avere. Gli affetti intorno a lui — quello della sua famiglia, dei suoi amici ed il mio — sono stati importanti nel costruire questa sua incredibile forza, ma molto è stato dovuto al suo temperamento meraviglioso».
Quando e come vi siete conosciuti?
«Nel 2015, a Villa Imperiale, una struttura alberghiera dove Giovanni lavorava. Eravamo lì a pranzo il giorno di Pasqua, con la famiglia. I nostri sguardi si sono incrociati , hanno iniziato a inseguirsi. Da allora abbiamo iniziato a conoscerci e ci siamo innamorati. Un anno bellissimo e spensierato insieme, poi purtroppo la malattia ha fatto irruzione nelle nostre vite».
Come avete appreso del tumore osseo?
«All’inizio si è manifestato come un dolore alla caviglia, che ha iniziato a gonfiarsi. Poi nel febbraio 2016 è venuta la terribile diagnosi del sarcoma osseo e nell’aprile 2016 gli è stata amputata la gamba».
Come avete affrontato questa terribile notizia?
«La malattia ha accresciuto e rafforzato l’amore che ci legava. Quando ci siamo conosciuti lui aveva 23 anni e io 18, affrontare insieme questa situazione è stata una svolta: non sapevamo a cosa andavamo incontro, ci siamo incamminati in punta di piedi su questo percorso, di fronte alla malattia. Nonostante la tremenda diagnosi, in noi non si è affacciata subito l’idea della morte: tanti guariscono, ci dicevamo: “non può succedere di affrontare una prova come la morte”».
Giovanni ti ha sin da subito incoraggiata? Cosa ti diceva del suo male?
«Mi diceva “Tu sei ingenua, forse non ti rendi conto del male che mi ha colpito. Ma io sono fortunato ad averti così”. Cercavamo di vivere normalmente, di fare progetti, ma lui era costretto a fermare il mio entusiasmo: «Lo sai che sono in chemioterapia, che non posso programmare viaggi e altre cose belle. Ma grazie di questa gioia, del fatto che mi dai la speranza di potercela fare».
Come si è evoluta la sua malattia?
«Dopo l’amputazione della gamba sinistra nell’aprile 2016, il tumore si è presentato con una recidiva alla testa nell’ottobre 2016. Sono seguiti di cicli di radio e chemioterapia all’ospedale Careggi di Firenze, ma purtroppo la tipologia del suo tumore era molto aggressiva. Inizialmente i medici pensavano che sarebbe vissuto solo un anno, mentre è riuscito a resistere per quasi quattro. Il sarcoma si è quindi ripresentato nuovamente, alla colonna vertebrale e al femore. Dal novembre scorso in poi il suo corpo era invaso, purtroppo».
Giovanni ha scelto la sedazione profonda, come ha maturato questa scelta comunque così difficile?
«Non voleva più continuare a soffrire, un giorno mi ha detto “stacca tutto. Voglio che quando non ci sarò più tu sorrida comunque, non meriti di vivere con le lacrime agli occhi”. Anche quando i farmaci lo hanno lentamente avviato al coma, Giovanni trovava il modo di comunicare e di parlarmi a suo modo. Durante la sedazione poteva aprire gli occhi, darmi dei segnali del suo amore. Ha fatto capire a tutti quelli che gli erano vicini - i suoi genitori, sua sorella e i suoi amici -, di essermi vicino anche dopo, quando sarebbe scomparso. La mia forza ora sono i suoi amici, che sanno quanto sono fragile in questo momento. Le dimostrazioni di affetto per Giovanni sono state incredibili, c’erano migliaia di persone al suo funerale, a dargli l’ultomo saluto».
In Rete è nata la proposta di intitolare a lui il nuovo palazzetto dello sport di Fasano. Che ne pensi?
«Sì, è nata l’idea di chiamarlo Palacustodero, é un sogno che spero si realizzi, per continuare ad affermare il messaggio che Giovanni ha voluto diffondere in questi anni: amate la vita».