Il Paese 'reale' torna alla politica mentre Calenda e Pd ricamano sui 'moderati'

Il leader di 'Siamo Europei' con le sue sortite contro Landini e la sinistra è riuscito a spiazzare proprio quelli che vorrebbero simpatizzare

Matteo Renzi e Carlo Calenda

Matteo Renzi e Carlo Calenda

Tommaso Verga 2 febbraio 2019Hinterland
di Tommaso Verga
Nel profondo dell'animo si deve essere formata una sorta di vocazione al dissolvimento, un callo osseo genuflesso all'accettazione dell'insulto. Nella fase transitoria, allorché si staziona sul gradino inferiore in attesa di superare l'affollata partecipazione dei concorrenti al medesimo trofeo. Tutti consapevoli di gareggiare per la sconfitta.
Il punteggio è certificato dal collage di dichiarazioni. Ultimo a comparir, il manifesto di «Siamo europei» nel Pd, che non si rivolge «solo al centrosinistra ma anche ai tantissimi moderati che hanno anche votato centrodestra e oggi non si ritrovano nello stato di caos permanente in cui i 5 Stelle e la Lega hanno condotto il Paese». Firmato Carlo Calenda, ennesimo competitor-navigator, uno che sa cosa vuole e lo dice in pubblico. Ottenendo il risultato di spiazzare proprio quelli che vorrebbero simpatizzare.
Perché, chiederebbe il molisano Antonio Di Pietro, che c'azzeccano Luigi Di Maio e Maurizio Landini «il quale ha danneggiato gli operai per inginocchiarsi a Di Maio». Tuttavia, siccome «stiamo peggiorando rispetto agli altri Paesi europei, bisogna mettere subito in campo un piano di investimenti: sono a disposizione del ministro Di Maio, che come al solito non mi ha risposto, per fare il punto della situazione e trovare le misure più adeguate». Per chi non avesse capito, dev'essere chiaro, «Siamo europei» è il «partito di centro che intende unire Pd e moderati».
Uno straordinario esempio di idee brillanti, che si soffermano su categorie queste sì tramontate con il Novecento. Prima fra tutte, i moderati. Trascurando che proprio il moderatismo, figlio dell'accettazione delle regole imposte dagli spiriti animali puntelli d'un mercato senza principi, ha radicalmente snaturato la storia fino al massacro dei partiti che si definivano «sinistra» e delle idee che li animavano. Con il consenso dei Calenda.
Tutto ciò in un momento di decisa trasformazione degli orientamenti. Difficoltà ad affacciarsi alla finestra? Timore di non trovare più rispondenza almeno nelle quantità del passato anche recente? Perché non provare a verificare come scorre il pensiero d'una parte del Paese, l'attenzione e il consenso che nemmeno così lentamente sta riscuotendo una narrazione che si voleva seppellita sotto la coltre rassicurante del renzismo? E, dopo aver appreso-constatato che fibrillazioni stanno percorrendo la sinistra, aggiustare il tiro, smetterla di pavoneggiarsi al suono del ballo del mattone e accettare ritmi decisamente più mossi?
Non più piazza del Popolo ma San Giovanni. Sarà il luogo-simbolo delle lotte operaie a ospitare il 9 febbraio #Futuro al lavoro, la manifestazione unitaria di Cgil-Cisl-Uil contro la politica economica del governo gialloverde. Un appuntamento nazionale i cui precedenti, se si escludono i meeting del 1° maggio, si perdono nei ricordi degli anziani (il 23 giugno del 2013 l'ultima volta?). Ma qual è il motivo del trasferimento dalla sede inizialmente prescelta? Assieme alla decisione di Cgil, Cisl, Uil di tornare insieme, di marciare uniti, sicuramente l'«effetto Landini», la scelta congressuale della Cgil di scegliere il leader che non fa della mediazione la principale virtù. Quindi il reingresso della politica, la rinnovata voglia di protagonismo di decine di migliaia di lavoratori che si sono dichiarati pronti a partecipare alla riuscita dell'iniziativa.
Numeri che hanno felicemente stupito, non preventivati dalle organizzazioni sindacali. E dalla sinistra. Poi le reazioni, istituzionali stavolta. Del ministro del Lavoro Luigi Di Maio, che s'è mostrato contrariato al punto da delegittimare i sindacati e Maurizio Landini in partitcolare. La colpa? Protestare contro provvedimenti che Cgil-Cisl-Uil considerano iniqui.
Mentre il Partito democratico dovrebbe intrecciare il congresso del 3 marzo con quanto agita questa parte del Paese. Senza attardarsi, come appunto fa Carlo Calenda, a ricamare il ritratto d'un partito che ha pagato caro nel decennio trascorso il suo rimirarsi nell'ambito del centrosinistra-moderato.
Si chiedono risposte. Chi si batte per vincere il congresso deve dire cosa intende fare in termini di job acts, precarietà del lavoro, buona scuola, concessioni dello Sato, dal Tav alle trivelle. L'aumento della pubblicità televisiva sui montascale automatici mostra che c'è qualche problema sull'età dei pensionati. Appunto: va rivista.