In morte del senso dello Stato

Quaranta giorni indecenti sul destino del condannato. Nessuno che abbia trovato la forza e la rabbia di dire basta, fermiamoci, protestiamo. [Fabio Luppino]

Desk4 11 settembre 2013
di Fabio Luppino

Quando il Quirinale era luogo di basso impero in Italia c'erano Moro e Berlinguer; quando c'era il terrorismo, c'era anche la Cgil di Lama e la classe operaia; quando ancora era lecito il delitto d'onore c'era il femminismo; quando il perbenismo stava soffocando l'Italia irruppe il '68; quando la scuola era di classe arrivò don Milani ad aprire occhi e mente a professori assopiti.


Oggi navighiamo nel torbido, con un'opinione pubblica bulimicamente ripiegata sull'ultima app, dimessa e distante dalla sua cosa pubblica. Siamo tornati ai governi balneari e post balneari con Enrico Letta in luogo di Rumor. L'urlo liberatorio dei Cinque stelle si è trasformato in conformismo rovesciato. I galleggiatori di professione ripuliti o falsamente moralisti ricevono puntualmente i loro premi. La critica televisiva è uccisa dalla televisione on demand, della critica nessuno sa più che farsene quando c'è. Il movimento studentesco è un look di stagione, ritorna ogni anno tra ottobre e novembre, poi nulla, masticato e digerito dall'invasività del nonsenso, in ogni angolo del nostro mediocre presente. Crozza è funzionale alla nostra cattiva coscienza; il martellamento quotidiano di Marco Travaglio si perde in un rumore di fondo; Vendola predica leggero; il Pd è Epifani, Renzi, Bersani, Barca, Civati, Cuperlo, Franceschini, Fioroni, Gentiloni, cercasi partito serio.


Ci fosse un intellettuale a urlare, adesso basta. Dobbiamo aspettare la domenica Eugenio Scalfari per recuperare la rotta. Tullio De Mauro dice le cose più sensate e pesanti di tutti, ma ha scelto lo scaffale elitario di Internazionale per dirle. Tutti gli altri hanno rinunciato per pigrizia o per paura. Ma in quale posto si poteva assistere allo spettacolo degli ultimi quaranta giorni, un Paese inchiodato all'indecente destino di Berlusconi, uno che si è fatto e disfatto da sé, nel bene e nel male. Non c'è stata un'interruzione, un richiamo complessivo allo spirito pubblico, fermiamoci, riflettiamo a voce alta intorno a questo scadimento totale del senso dello Stato. Nessuno, ma proprio nessuno ha detto, noi non ci stiamo. Noi rifiutiamo la melassa delle larghe intese, la logica dello scontro apparente. In questa situazione non è chiaro ancora chi sta di qua o sta di là. Il non ci sto del presidente Scalfaro riecheggia rivoluzionario. Nessuno che si sia messo di traverso: c'è un condannato in terzo grado di giudizio per un reato grave contro lo Stato e una legge applicata già in oltre trenta circostanze, la Severino, senza che si sollevasse alcun sussulto pubblico, senza ditini alzati. Un circuito chiuso ha preso in ostaggio il Paese e un'informazione incapace di spiegare, ma solo di eccitarsi nella rissa, si gode la dichiarazione quotidiana scambiandola per confronto democratico. Non c'è un girotondo, non c'è un richiamo alla piazza, non c'è un atto palese di disubbidienza. Quelli che hanno ridotto l'Italia in queste condizioni chiedono equilibrio.


In tutto questo il faro del Quirinale è un faro spento.