Rai, dietro Foa la filiera del potere che non si rinnova

Per Foa, bocciato in Vigilanza, si aprono ora due strade: rimanere ugualmente in consiglio o dimettersi come fece nel 2005 in un caso analogo Andrea Monorchio.

Le torri della Rai

Le torri della Rai

Vincenzo Vita 1 agosto 2018

La calda notte del presidente dimezzato Marcello Foa. Calda in tutti i sensi, visto che l’aria condizionata ai piani alti di viale Mazzini non ha funzionato per tante ore. Senza neppure l’unanimità del consiglio di amministrazione di ieri (il voto contrario di Rita Borioni e l’astensione di Riccardo Laganà) Marcello Foa -indicato impropriamente dal governo ad uno dei due ruoli apicali- non ha ottenuto il voto dei due terzi della commissione parlamentare di vigilanza. Forza Italia si è detta indisponibile, essendo in gioco qualcosa di più di un nome. Se il Niscione cedesse anche qui, l’egemonia di Salvini sul centrodestra sarebbe cosa fatta e in vista delle elezioni europee si aprirebbe una voragine. Vedere per credere. Per altro verso, e approfittando della “distrazione di massa”, Fabrizio Salini è stato confermato senza colpo ferire amministratore delegato, il capo vero.
Visto che il sonno non ha portato il partito di Arcore a cambiare idea, per Foa si aprono due strade: rimanere ugualmente in consiglio o dimettersi come fece nel 2005 in un caso analogo Andrea Monorchio. L’ex ragioniere generale dello stato non passò il vaglio della vigilanza, dopo la rinuncia preventiva del primo nome dell’ex Cavaliere, Giulio Malgara. Monorchio si tirò fuori e questo spianò la strada a Claudio Petruccioli insignito così della funzione presidenziale. Età lontane. Si sussurra che un’alternativa sarebbe pronta, con l’altro consigliere Giampaolo Rossi in pole position (?).
Marcello Foa come si atteggerà? Dipende molto dalla filiera da cui è emerso il suo nome, con rispetto per la persona. Anzi. Stupisce che in qualche commento si sia ristretta la diagnosi ad un curriculum privato, piuttosto che allargarsi al grandangolo del contesto, delle alleanze e delle relazioni di cui Foa è la punta dell’iceberg. Ognuno, quando assurge ad un ruolo pubblico rilevante, non è solo se stesso, bensì il sintomo di un clima e di una tendenza.


Il caso Foa è, sotto tale profilo, un caso di scuola. La Rai passa la frontiera, divenendo un’azienda capofila del sommovimento in corso a Roma come in discreta parte del mondo. Il “sovranismo” applicato al servizio pubblico non è la rottura del mainstream o delle retoriche “buoniste”, ma lo spostamento del conflitto su di un territorio duro e non mediato. Chiuso e non globale. L’azienda pubblica è stata sempre, nelle punte alte e nelle numerose cialtronerie, luogo di dialogo e compromesso. Ora il segnale è quello di portare la Rai nelle sfere di influenza degli oligarchi del tempo, Trump o Putin che siano. Una Rai digitale nelle tecniche ma analogica nei poteri, laterale di fronte ai giganti dei dati, gli Over The Top. Questi ultimi per sempre, viale Mazzini per una campagna elettorale. Se Foa è il terminale di un progetto, allora potrebbe fare resistenza, vestendo magari i panni del presidente in quanto consigliere anziano.
Parassiti e raccomandati, i nemici dichiarati del vice-premier Di Maio. Bene, allora: concorsi, applicazione delle proposte di riforma lasciate nei cassetti negli anni passati in merito alla struttura societaria e alla riorganizzazione dell’informazione. Peccato, però, che né Trump né Putin siano esempi da libro Cuore. Al contrario, è nella vituperata Europa che si sono prodotte le esperienze più avanzate, a partire dalla Bbc.
Perché non fermarsi e riaprire un vero dibattito sulla missione del servizio pubblico? Nessuno si chiede se non sia prioritario e dirimente capire il che fare? E se non sia il momento di rimettere mano alla brutta legge del 2015?