Di Maio, girandola di viaggi ripresi dei Tg ma senza risultati in Libia

La maggioranza manca spesso di senso di responsabilità e realismo verso l’Italia e l’Europa in un momento in cui si aggroviglia e si complica non poco la crisi in Libia.

Di Maio in Libia

Di Maio in Libia

Nuccio Fava 28 dicembre 2019

Significato brutto non solo per ragioni di galateo istituzionale . Anche forse di correttezza semplicemente umana che mettono in gioco con la figura del ministro il rischio di crisi per l’intero governo.
Sono momenti in cui spetterebbe prima di tutto al ministro dare il buon esempio verso i suoi studenti, gli insegnanti, tutto il personale dell’Università e il mondo della ricerca. Né si può accampare la giustificazione quantomeno tardiva degli stanziamenti destinati all’istruzione, dopo aver partecipato ad incontri e vertici ripetuti in materia di disponibilità complessivamente modesta per la manovra di bilancio.
La rappresentazione plastica dell’accaduto è offerta dal sempre eccellente Giannelli sulla prima pagina del Corriere: finale della “Distruzione “con il ministro che si allontana dopo avere dato una sonora randellata a Di Maio, già di suo in forte crisi. Ora si attende la risposta del presidente Conte abile nel tentare in ogni modo di tenere una maggioranza bislacca e difficile in perenne litigio e che manca spesso di senso di responsabilità e realismo verso l’Italia e l’Europa in un momento in cui si aggroviglia e si complica non poco la crisi in Libia.


Che tocca  direttamente il ruolo del ministro degli Esteri con la sua girandola di viaggi e incontri ben ripresi dai Tg con relativa abbondanza di dichiarazioni. Ma senza risultati apprezzabili. La partita se la giocano ormai Putin ed Erdogan con l’Italia spettatrice e la consolazione, se cosi si può dire, che anche Trump pare tagliato fuori e che si consola con la Brexit e lanciando anatemi contro i democratici per l’impeachment.


Ricordo bene, data la lunga esperienza di cronista politico-parlamentare, l’episodio di Andreotti per l’investitura. Il ministro Donat Cattin invece di andare al giuramento, si recò dal barbiere con codazzo di giornalisti. Andreotti convocò subito il ministro dissidente e dopo il colloquio tornarono insieme  dal presidente della Repubblica per sanare il dissidio. Un caso ben diverso si presentò si tempi di Craxi su un tema delicatissimo che investiva tutto l’equilibrio del sistema radio televisivo. Ben 5 ministri della sinistra democristiana si divisero e di temette una grave crisi. Ma il presidente del Consiglio era Andreotti. Ovviamente non si dimise e sostituì in meno di 24 ore tutti i ministri dimissionari.