Biscione: «Questione morale, oggi è peggio di quando la pose Berlinguer»

Lo storico spiega perché l’Archivio Flamigni promuove studi sul segretario del Pci e sulla corruzione

Enrico Berlinguer

Enrico Berlinguer

redazione 12 giugno 2019Culture
Stefano Miliani
«L’economia soggiogata dalla finanza, l’occupazione dello Stato, la corruzione nella politica: un’indagine sulle origini, cause e rimedi dei fenomeni degenerativi ancora oggi attuali». Il virgolettato suona come un proclama politico oppure come la traccia per un’inchiesta giornalistica di lunga gittata, per scattare una fotografia del nostro paese oggi e non sareste tanto lontani dal pensarlo: è l’indicazione per una borsa di studio per il trentacinquesimo anniversario dalla morte di Enrico Berlinguer messa a concorso dal Centro documentazione Archivio Flamigni «per l’ammontare di € 10.000,00 per finanziare una ricerca originale dedicata al pensiero di Enrico Berlinguer sulla questione morale negli anni della Repubblica».
C’è tempo per far domanda fino al 31 dicembre 2019 ma intanto la “questione morale” posta dal segretario del Partito Comunista Italiano scomparso l’11 giugno1984 sembra più pressante che mai. Ne parla Francesco M. Biscione: storico, classe 1954, ha tra l’altro ha pubblicato titoli come Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano nel 1993 oppure Il sommerso della Repubblica. La democrazia italiana e la crisi dell’antifascismo nel 2003. Soprattutto lo studioso e ricercatore, nato a Parma nel 1954, è nel consiglio direttivo dell’Archivio dell’ex parlamentare del Partito comunista italiano, nonché amico di Berlinguer, Sergio Flamigni.
Professore, il bando invita a indagare fenomeni come «l’occupazione dello Stato, la corruzione nella politica»: perché?
È una decisione presa collettivamente dall’Archivio su proposta di Sergio Flamigni, innanzitutto per omaggiare l’amico: erano della stessa generazione, Flamigni è del 1925, Berlinguer era del 1922. E tra loro ci fu stretta vicinanza politica fin dagli anni ’50.
Berlinguer pose la “questione morale” nel 1981 in una intervista a Eugenio Scalfari su Repubblica. Siamo ancora allo stesso punto o peggio?
Siamo sicuramente peggio. È un problema immenso e difficile che finora non ha grandi fondamenti di ricerca. In Italia la questione si è posta sempre in continuazione dalla fine dell’800, pensi solo allo scandalo della Banca romana. Una causa è la tendenza della classe dirigente ad approfittare delle posizioni di potere ma ha che fare anche con il rapporto mai interamente consolidato dei cittadini con lo Stato: non è mai diventato lo Stato di tutti al quale ci si potesse affidare con sostanziale fiducia, sia perché le classi popolari hanno impiegato del tempo a intendere che lo Stato potessero essere anche loro, sia perché le classi dirigenti hanno usato il potere per fare quanto volevano. È un nodo antico e fa parte del problema indicato da Gramsci nei Quaderni del carcere quando parlava del sovversivismo delle classi dirigenti, “dall’alto”.
È un problema radicale della società italiana? Rimediabile?
Quando ero più giovane – ho 65 anni – si diceva che il problema della democrazia italiana è che non c’è stata mai una rivoluzione democratico-borghese né la riforma protestante che ha sostanziato il rapporto tra cittadini e stato in buona parte dell’Europa. A me sembrano considerazioni valide anche oggi, al tempo della globalizzazione, ma desuete.
Berlinguer allora pensava al Partito Socialista e soprattutto alla Democrazia Cristiana. Questo morbo ha contagiato anche la sinistra?
Certo. Quando la cultura democratica perde l’àncora del rapporto con le classi popolari allora diventa un problema di tutti e nella rete della magistratura cade qualcuno di sinistra e come uno di destra, non c’è statisticamente una grande differenza.
Forse a destra il fenomeno è più diffuso, no?
Sì, ma non in modo così eclatante. Finora il Movimento Cinque Stelle ha cercato di restarne fuori, in modo per così dire volontaristico, ma ormai sta al gioco della Lega perché ne è politicamente subalterno.
Culturalmente noi italiani siamo propensi a essere corrotti?
Non è esattamente così. Sono convinto che relazione tra corruzione e mancata riforma protestante sia centrale nella storia d’Italia. Dopo la fine della solidarietà democratica, Berlinguer continuò a insistere sulla questione morale come elemento di polemica e distacco dalla Dc, ma anche come ipotesi di lavoro per il rilancio di un’egemonia democratica.

Quel progetto si è interrotto con la sua morte nel 1984?
Sì, ma anche per il crollo del Muro di Berlino, dell’Europa dell’Est, per la disgregazione dell’impero sovietico. Credo che la fine del Pci sia stata gestita in modo tale da non consentire uno sviluppo, senza cioè la consapevolezza della centralità politica del ruolo della questione morale. Ricordo che nel 1974-75 Pasolini diceva che il Pci era il paese buono dentro quello cattivo: pensava di certo anche alla questione morale. Il Partito comunista era un patrimonio significativo perché rappresentava anche quella tradizione protestante che in Italia era sempre esistita pur se come minoranza.
Il fenomeno della corruzione è stato studiato poco? Se è così non è stupefacente?
Tanti anni fa lo studioso americano Edward C. Banfield parlò del familismo amorale come elemento culturale fondamentale del Paese. Si riferiva soprattutto al Mezzogiorno. Era uno studio sociologico di grandissimo interesse (testo del 1958, è stato tradotto come Le basi morali di una società arretrata nel 1976, ndr), e coglieva questo aspetto profondo. Sulla storia della corruzione si sono riempiti interi scaffali di biblioteca ma sono storie di processi. Il nodo profondo – qualche volta accennato da alcuni studiosi – non è mai diventato centro di riflessione sui costumi della pubblica amministrazione dall’800 a oggi. Non c’è mai stata un’attenzione profonda e sostanziale al fenomeno.
Berlinguer parlò della questione morale prima che stesse per finire la “prima repubblica” poi travolta da Mani pulite. La “seconda repubblica” si è dimostrata migliore?
No, la cosiddetta prima Repubblica era molto meglio di quanto è venuto dopo. C’era corruzione ma anche i democristiani avevano paura dello scandalo. Poi è venuta meno anche la paura dello scandalo e la corruzione si è diffusa dappertutto. La Dc aveva in sé quanto di peggio ma anche quanto di meglio produceva la società italiana, talora spesso anche con esempi di alta moralità. Chi è venuto dopo è peggio sia a destra che a sinistra e penso che non abbiamo ancora visto il fondo.
Cosa tentò di fare, Berlinguer?
Il Pci aveva i suoi scheletri nell’armadio, il rapporto con l’Unione sovietica era spinoso, difficile, difficilmente superabile nella guerra fredda. Berlinguer fece quanto poteva: iniziò a rompere i rapporti economici con l’Urss alla metà degli anni settanta e nell’80 quelli politici. Berlinguer d’altronde fu il comunista arrivato più vicino al potere. Togliatti, dopo i governi del Comitato di liberazione nazionale (Cln) e la scrittura della Costituzione, non uscì mai dall’opposizione, né il suo successore Luigi Longo. Con Berlinguer invece il Pci interloquì strettamente con il governo. L’esigenza della questione morale divenne cruciale. Rifletterne oggi non ci pare banale e proviamo a suscitare ricerche, mettendo a disposizione le poche risorse che abbiamo.