Albania: Cercke è il villaggio delle chiese

Un piccolo villaggio del Paese a maggioranza musulmana vanta un record assoluto, con oltre una dozzina di luoghi di culto ortodossi per 28 famiglie<br>&#8232;<br>

redazione 31 ottobre 2014

Quando la dirigenza comunista proclamò, nel 1967, l'Albania “primo Stato ateo al mondo” le devastazioni erano già cominciate da tempo: ad oltre vent’anni dalla caduta del regime monopartitico, il piccolo villaggio di Cercke conta ancora le macerie delle chiese che lo avevano reso famoso in tutta la regione. In un Paese dove il 60 per cento della popolazione è di fede musulmana, ancora oggi fa parlare di sé il villaggio che conta 28 famiglie e ben 13 chiese cristiane ortodosse. I luoghi di culto, dopo essere sopravvissuti a secoli di dominazione ottomana, sono stati letteralmente rasi al suolo dal regime di Enver Hoxha dopo la Seconda guerra mondiale. 




Se la repressione delle fedi era la regola in tutto il territorio nazionale, nel paese “delle 13 chiese” assunse una particolare carica  simbolica, perché in nessun altro punto del territorio era presente una tale concentrazione di siti religiosi in rapporto al numero degli abitanti. Il villaggio è collocato in una piccola striscia montuosa che fa da confine con la ortodossa Grecia, ma non sembra una spiegazione sufficiente per motivare un tale affollamento.  Ancora oggi il fenomeno non ha trovato una’interpretazione storica, come spiega al “Balkan Insight” Niko Bili, custode della chiesa principale dedicata a Santa Maria.




“La regola dei villaggi cristiani prevedeva un massimo di tre chiese – ricorda – e probabilmente quelle di Cercke non appartenevano solo a questa piccola comunità, ma servivano anche per i villaggi circostanti”. La chiesa di Santa Maria, confermano gli anziani del villaggio, è l’unica che Hoxha non ha voluto toccare tutelandola come “monumento nazionale”. Secondo alcune testimonianze storiche è stata realizzata nel XV secolo, ma c’è chi la fa risalire ad almeno 900 anni fa, ed è proprio questa ipotesi che la salvò dalla distruzione, come racconta il parroco di Cercke, Sotiraq Bili.




Proprio per questo motivo, secondo Bili, il regime comunista aveva deciso di risparmiare quella che a tutti era nota come “la grande chiesa”. La sua base poggia su una roccia e le pareti sono di pietra, corredate dalle icone votive che i fedeli hanno portato poco per volta a partire dal 1991, anno della caduta del comunismo in Albania. Come tutti i luoghi di culto più antichi, anche questo è accompagnato da miti e leggende fioriti nei secoli sulle sue origini. “Alcuni racconti ci tramandano la storia della sua costruzione”, dice Velantina, che abita a due passi ed ogni giorno passa davanti alla chiesa. “La leggenda vuole che sia stata iniziata molte volte – dice –  sempre partendo dal lato occidentale, ma ogni volta dopo tre giorni i muri cadevano come per incanto”. Alcuni dei luoghi di culto sono stati ricostruiti negli ultimi anni soprattutto grazie a delle donazioni private, che hanno sopperito alla mancanza di fondi del comune situato in un’area depressa e dal forte tasso di emigrazione.




Proprio l’emigrazione è vista come uno dei fattori che hanno portato ad una ulteriore diminuzione degli abitanti di fede cristiano ortodossa, stando almeno ai dati ufficiali dell’ultimo censimento compiuto nel 2011. Dai risultati emerge infatti che il 56,7 per cento degli albanesi si dichiara musulmano, il 10,53 cattolico, il 6,75 per cento ortodosso e il 2,09 per cento musulmano Bektashi. I dati relativi al periodo pre-comunista vedevano gli ortodossi rappresentare un quinto del Paese, mentre i cattolici e i musulmani, compresi i Bektashi, mantenevano le stesse percentuali rispettivamente con il 10,11 e il 60 per cento. La diminuzione, secondo alcuni esperti, potrebbe non essere così ampia se si prende in considerazione il fatto che il 14 per cento degli albanesi ha scelto di non rivelare nel censimento del 2011 la propri fede religiosa.




La reticenza, sempre secondo alcuni analisti, potrebbe essere motivata da uno scetticismo ancora radicato in alcune frange della popolazione, specie la più anziana, sul reale grado di tolleranza dello Stato in materia religiosa. A colpire di più è però il numero di atei “dichiarati e convinti”, appena il 2,5 per cento nel Paese che sancì l’ateismo nella Costituzione del 1976. Il dato fa il paio con quello emerso da un sondaggio Ipsos, condotto sempre nel 2011, secondo il quale due terzi degli albanesi ritengono che il Paese sia un esempio di tolleranza religiosa.




La diversità delle fedi non è vissuta come frammentazione, secondo la maggior parte degli abitanti, bensì come convivenza fra diverse spinte culturali, come quella di matrice ortodossa che caratterizza la zona montuosa di Cercke o quella di cattolica del settentrione. Lo stesso Papa Francesco, nella visita compiuta in Albania lo scorso settembre, ha definito il Paese un potenziale “modello universale”: il clima di rispetto e fiducia fra cattolici, ortodossi e musulmani, ha detto il pontefice, acquisisce un significato speciale in una fase storica che vede gruppi estremisti travisare e strumentalizzare le differenze fra le confessioni.




In un Paese che dopo “l’ateismo per Costituzione” si candida oggi a simbolo della possibile convivenza pacifica, il villaggio di Cercke vuole riproporsi come emblema della tradizione ortodossa: con questo spirito vengono ricordate ora le leggende tramandate nei secoli passati, come quella che ripete Gaqe Milo, 83 anni. La pianta di alloro nel cortile della chiesa di San Nicola, dice, fu portata dai cristiani prima della diffusione dell’Islam. “Quando l’Albania fu invasa dagli Ottomani - dice -  un abitante di Cercke andò ad Istanbul e lì prese un ramoscello di alloro. Quando tornò al paese, lo piantò davanti alla chiesa, e ora è la pianta più grande e più bella che abbiamo”.