Gattopardi d'Egitto perché nulla cambi

Il premier incaricato Ganzuri ha iniziato le consultazioni ma la piazza simbolo della rivoluzione chiede con forza l’uscita di scena dei militari ancora al potere.<br>

redazione 8 maggio 2016

di Azzurra Meringolo

Riciclati del vecchio regime. “Sono andato a letto mentre diventava primo ministro un collaboratore del vecchio rais e mi sono risvegliato  a piazza Tahrir il 25 gennaio (giornata nella quale è scoppiata la rivolta ndr ) ”, ha scritto un attivista egiziano non appena ha raggiunto Tahrir, la piazza centrale del Cairo che ieri è stata nuovamente riempita da decine di migliaia di manifestanti. “Ganzuli  (il nuovo primo ministro  ndr) è stato riciclato dalla spazzatura del vecchio regime”, si legge su un cartello esposto in una strada del centro. “Non vogliamo tornare agli anni ’90 (quando Ganzuli era a capo dell’esecutivo, ndr)” recitava un striscione dove era attaccata una fotografia di Habib el Adly, l’ex ministro degli interni attualmente in carcere, già membro della prima squadra di governo di Ganzuli.

Basta Gattopardi. Ufficialmente i militari hanno annunciato una tregua e il primo ministro ha iniziato le consultazioni per la creazione di un nuovo esecutivo che annuncerà non prima di lunedì, ma questo non è servito a fare tacere gli scontenti che hanno risposto  all’appello di quanti li avevano invitati a scendere in strada per ricordare i martiri di quest’ultima settimana di violenza e continuare a chiedere l’uscita di scena dei militari.

Fratelli musulmani. Tahrir ieri si è riempita anche se i sostenitori di Tantawi, il generale a capo del Consiglio delle Forze Armate, hanno partecipato una contromanifestazione davanti il Ministero della difesa e il movimento della Fratellanza Musulmana ha organizzato  una marcia alternativa. “E’ l’ennesimo tradimento degli islamisti ” dice un manifestante che ricorda che questo movimento  aveva già boicottato il sit iniziato martedì scorso. “Hanno a cuore solo le elezioni e sanno che ogni giorno che passa perdono voti” conclude.

Timori atlantici. A lanciare un appello ai vertici militari sono stati anche i suoi più generosi finanziatori  oltre oceano. Imbarazzati a vedere che il loro patner sparava e lanciava lacrimogeni  – per altro made in Usa – sui manifestanti,  gli Stati Uniti avevano spinto l’esercito a scusarsi con le famiglie delle vittime, a nominare un nuovo premier e a garantire lo svolgimento delle elezioni. Le richieste americane sono aumentate  e il portavoce della Casa Bianca ha domandato  all’esercito di uscire di scena il più presto possibile e di trasferire immediatamente il potere a un nuovo esecutivo civile che sia capace di rispondere alle richieste degli egiziani.

Cambiare perché nulla cambi. Tra poche ore, lunedì, si apriranno le porte dei seggi elettorali eppure al Cairo sono pochi quelli che parlano di questo tanto atteso appuntamento con la storia. Molti credono che per iniziare una nuova era bisogna prima mettere una pietra sopra quella precedente.  Per mantenere l’unità nazionale, diversamente dal solito, a Tahtir non erano stati montati i palchi da cui solitamente parlano i rappresentanti dei diversi partiti.

Salvare la rivoluzione. “Il consiglio supremo delle Forze Armate vuole  risuscitare il regime di Mubarak. Adesso il dovere di tutti è restare uniti per salvare la rivoluzione” scrive Ala al Aswani, scrittore del bestseller Palazzo Yacubian e a lungo oppositore del vecchio regime.  “In questi mesi la giunta militare è riuscita a sottomettere gli egiziani e a seminare discordia tra le forze rivoluzionarie. Le divisioni politiche devono essere rimandate a vantaggio dell’unità: Solo così si riuscirà a  formare una coalizione di governo rivoluzionaria che possa portare all’elezione di un’autorità civile”.