Tentazioni militari in Egitto. 40 morti, il governo si dimette

L'esecutivo civile rimette il mandato al Consiglio supremo delle forze armate. Il 28 novembre difficili elezioni. [Riccardo Cristiano]

Riccardo Cristiano 22 novembre 2011
[i]Una rivoluzione tradita. Speranze fatte a pezzi, promesse di migliorare il rispetto dei diritti umani, fatte balenare dopo una protesta di piazza in cui migliaia di persone hanno lottato duramente per liberarsi dall'oppressione, divenute rapidamente carta straccia. E' deludente il bilancio di Amnesty International sui primi mesi al potere dei militari in Egitto dopo la caduta a febbraio di Hosni Mubarak.

L'organizzazione internazionale per la tutela dei diritti umani accusa il Consiglio supremo delle forze armate di essersi reso responsabile di ripetute violazioni anche peggiori di quelle dell'era dell'ex presidente. Una denuncia ancora più assordante alla luce degli ultimi sviluppi nel Paese, con una nuova indata di repressioni sanguinose nei confronti dei manifestanti tornati a Piazza Tahrir contro il Consiglio supremo delle forze armate.

"Attraverso l'uso delle corti marziali per processare migliaia di civili, la repressione delle proteste pacifiche e l'estensione dello stato d'emergenza in vigore all'epoca di Mubarak, il Consiglio supremo delle forse armate ha perpetuato la tradizione di governo repressivo da cui i manifestanti del 25 gennaio avevano lottato così duramente per liberarsi”.
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[b]di Riccardo Cristiano
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Dopo decenni di paralisi la storia corre nel mondo arabo. Tanto che anche l’epoca del contagio è cominciata da loro. Da noi contagio dello spread alle stelle, da loro contagio di tsunami popolari contro i despoti. E i regimi crollano. Mubarak, Gheddafi, Ben Ali, tutti al potere da decenni e tutti con i capelli neri corvini sono crollati nella polvere della loro falsità. Ma in Egitto il regime, pur decapitato, è rimasto in sella. Ma traballa, tanto che sono giunte le dimissioni del governo, ma non ancora della giunta militare.



E non ci si può non chiedere se si possa votare dopo la mattanza di Piazza Tahrir. Diciamo che si tratta di un dubbio, ma il fatto che il maresciallo Tantawi dica che garantirà personalmente lo svolgimento delle operazioni elettorali non fa che aggravarlo. Perché c’è un dato ancor più importante dell’incredibile numero dei morti, una trentina, e di feriti, circa mille, registratisi in questi giorni di battaglia al Cairo.



Si tratta del numero di egiziani, civili, che sono in attesa di giudizio da parte dei tribunali militari: sono 12mila. Si spiega certamente così quanto sta accadendo in piazza Tahrir. Perché se 12mila civili devono essere giudicati dai tribunali militari questo vuol dire una cosa soltanto: che l’epoca Mubarak non è finita. E non è finita perché l’epoca Mubarak non è soltanto l’epoca del deposto raìss, ma è l’epoca dei militari, e del disastro in cui hanno fatto piombare il Paese. Questo è il dato di fatto, storico e di attualità.



Quando con l’avvicinarsi delle elezioni i generali hanno tentato di forzare la mano, annunciando che il loro super-potere sarebbe rimasto indiscusso anche dopo le elezioni, che loro si sarebbero fatti garanti dei principi ispiratori della Costituzione al di sopra e al di là delle decisioni della Presidenza della Repubblica e del Parlamento e che i fondi per il loro apparato militar-industriale (circa il 40% dell’economia nazionale) non sarebbero stati sottoposti a controllo parlamentare, l’opinione pubblica ha capito che quelle che si avvicinavano erano elezioni-farsa.



Ora, con questa prova di forza i generali volevano ricattare il paese e soprattutto le forze “laiche”: temete più noi o gli islamisti? Contemporaneamente i militari e la leadership ufficiale della Fratellanza Musulmana avevano “rivisto” il vecchio patto tra Fratelli e regime, prevedendo che gli “islamisti” avrebbero governato l’oggi per oggi lasciando ai militari la politica internazionale e la sicurezza, ma poi qualcosa non ha funzionato e gli apparati di sicurezza, la polizia, che rimangono bande di malfattori, di criminali, con la loro feroce aggressione contro il piccolo presidio di piazza Tahrir tre giorni fa hanno inattesamente scatenato la seconda rivoluzione egiziana.



Già in questa dimensione di “seconda” rivoluzione c’è un dato importante: i pessimisti ritenevano infatti che il “popolo” avesse avuto una fiammata tanto impulsiva quanto irripetibile, a febbraio, dopo di che le forze controrivoluzionarie avrebbero ripreso in mano il paese. E invece l’elite di piazza Tahrir è tornata, perché i sindacati e i giovani sono ormai realtà sociali forti e consapevoli. Non sono più espressione di un velleitarismo romanticheggiante.



La seconda rivoluzione egiziana salverà la primavera araba proprio così, dimostrando che nel paese si è formata una consapevolezza civile e democratica che il maresciallo Tantawi non può sconfiggere, proprio come non l’ha potuta sconfiggere l’aviatore Mubarak. E non sarà certo l’illusione para-fascista di un modello ataturkiano senza Ataturk a far cambiare idea a chi sa, come sanno bene gli egiziani, che i vertici militari hanno distrutto un Paese millenario e strategico come l’Egitto.