Viaggio in Corea del Nord: tra misteri e missili di questo oscuro Paese

Da Pechino a Pyongyang, 24 ore di treno per arrivare nel cuore della Corea del Nord

Tutte le fotografie sono proprietà dell'autore del reportage, Alessandro Albana

Tutte le fotografie sono proprietà dell'autore del reportage, Alessandro Albana

Alessandro Albana 3 marzo 2017

di Alessandro Albana


La notizia del primo test missilistico nordcoreano nell’era Trump arriva in un giorno di metà febbraio, mentre confusamente riempio lo zaino per il viaggio del giorno successivo. La destinazione – a circa 24 ore di treno da Pechino – è Pyongyang, Corea del Nord.


 


Prima di superare il confine, facciamo sosta e cambio obbligati a Dandong. È l’ultima città cinese al di qua del confine, uno snodo importante delimitato da un confine netto tra i due Paesi, segnato senza possibilità di equivoco dal fiume Yalu. Ma è anche territorio poroso e rigoglioso di attività economiche clandestine, capaci di attraversare il confine in entrambe le direzioni. Il tutto mentre la città vive uno sviluppo urbano relativamente accelerato, in cui le comunità nordcoreane si sono ritagliate una fetta di protagonismo economico, ad esempio nella ristorazione. Chi ha passato qualche giorno a Dandong, racconta dell’esistenza di un vero e proprio distretto coreano, in cui i ristoranti di cucina tipica paiono dividersi in due categorie: una, più austera, in cui della gestione dei locali sono responsabili comuni cittadini nordcoreani; l’altra, quella dei ristoranti più chic, più colorati ed eccentrici, gestiti in linea quasi diretta dalle strutture di potere di Pyongyang attraverso uomini di fiducia. Si tratta ovviamente di una suggestione non verificabile, non personalmente, ma che vale la pena raccogliere.


 


Dall’altro lato del confine, oltre lo Yalu, all’altro capo del ponte dell’amicizia sino-nordcoreana, c’è Sinuiju, cittadina di medie dimensioni, situata nella zona economica speciale che porta il suo stesso nome. È la prima tappa per chi entra da turista in Corea del Nord. A Sinuiju ci si ferma per qualche ora per il controllo dei passaporti, oltre naturalmente a quello degli zaini e delle apparecchiature elettroniche. Procedure lunghe, ma tutt’altro che accurate. Una ufficiale ci controlla rivolgendoci domande in cinese e inglese. Chiede i nostri cellulari, e alla notizia che il mio compagno di cabina ne ha quattro, reagisce con un misto di incredulità e incomprensione. Oltre ai quattro cellulari, il mio compagno esibisce un traduttore vocale. Pochi minuti dopo l’ufficiale lo testa, traducendo un saluto dal coreano all’inglese. Funziona e ne ridiamo tutti.


 



 


Durante il viaggio nessuno parla del test missilistico di qualche ora prima. Forse la notizia non è arrivata, forse non importa o ci si è abituati. Le reazioni della comunità internazionale, invece, non si sono fatte attendere. Appena un paio di giorni dopo, infatti, è arrivata la condanna del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che ha inoltre sottolineato l’importanza della piena implementazione delle sanzioni già approvate nei confronti di Pyongyang. Se, secondo alcuni, il riferimento a Pechino è evidente, La Repubblica Popolare Cinese, pur rimanendo l’unico vero alleato della Corea del Nord, da anni ormai non si oppone alle sanzioni che puntualmente vengono imposte al Paese a seguito di test missilistici e nucleari. Molti osservatori hanno però fatto notare come nonostante Pechino non si opponga formalmente alle sanzioni, di fatto finisca poi per non applicarle o applicarle parzialmente. La leadership cinese, forte sostenitrice della stabilità politica, interna e internazionale – che si rivela necessaria, di volta in volta, a soddisfare i suoi interessi economici nei mercati esteri o a non mettere a rischio la sicurezza ai suoi confini – è però sempre più intollerante nei confronti di Pyongyang, che con i ripetuti test portati a termine, soprattutto nel 2016, non ha fatto altro che rendere più agitate le acque del Nordest asiatico. Tutto il contrario, insomma, di quanto la leadership cinese desidera. Pochi giorni fa, quindi, Pechino ha sospeso l’importazione di carbone dalla Corea del Nord per tutto l’anno, rendendo chiara l’intenzione di rendere operative le sanzioni decise al Consiglio di Sicurezza. Un duro colpo per Pyongyang, che verso la Cina dirige il 100 percento del suo export di carbone.


 


Appena il treno lascia Sinuiju, in direzione Pyongyang, i miei compagni di viaggio di dilettano nell’acquisto di alcolici e snack di vario tipo, mentre dopo aver consumato svariate bottiglie di birra locale e qualche sorso di soju, tra l’eccitazione e la stanchezza qualcuno dà segni di una sbronza incombente.


È in questo clima attraversiamo le regioni settentrionali del Paese. Incontriamo qualche villaggio, solo di rado centri urbani di una certa dimensione. Un solo treno al giorno, ci riferiscono, collega Sinuiju a Pyongyang. Mentre superiamo distese brulle e coperte di neve, qualcuno da fuori ci saluta curioso.


 


A Pyongyang arriviamo che è già buio. Fuori dal finestrino del nostro pullman, c’è una città molto diversa dalle rappresentazioni che vanno per la maggiore. E dunque qualche veicolo in circolazione c’è, e anche se di traffico proprio non si può parlare, le impressioni dei giorni successivi confermano l’idea che, con tutte le difficoltà del caso, la capitale e il Paese si muovano tra tradizione e tentativi di sviluppo a piccole dosi.


Non racconterò dunque di enormi strade vuote, con vigilesse dedite a controllare un traffico inesistente. Questo non per nascondere le centinaia di chilometri di autostrade sgangherate e pressocché deserte che abbiamo percorso, anzi. Ogni chilometro percorso fuori dalla capitale mette a dura prova le sospensioni di qualsiasi vettura e la sopportazione fisica di qualsiasi essere umano.


Pyongyang, invece, pare passarsela meglio. Le strade che percorriamo sono perlopiù illuminate decentemente; automobili e mezzi di trasporto pubblici – talvolta molto affollati – come autobus e tram non mancano. Ai lati delle strade, intanto, si diffondono chioschi e altre attività di vendita al dettaglio, un fenomeno che secondo molti osservatori segnala una certa apertura del regime a forme di gestione e transazione economica private (o non completamente pubbliche). Camminando si scorgono alcuni negozi di generi alimentari, mentre ormai l’utilizzo del telefonino si è apertamente diffuso. Si tratta di tendenze che, insieme a una certa tolleranza applicata ad attività economiche clandestine, soprattutto nelle regioni settentrionali, al confine con la Cina, lascerebbero intravvedere un ruolo relativamente più rilassato del regime in termini di centralizzazione e pianificazione economica. Mentre l’economia nordcoreana, pure strutturalmente molto fragile, dà segnali di crescita, limitate aperture all’iniziativa privata potrebbero essere strumentali a garantire una qualche forma di introito per la popolazione. Il tutto, naturalmente, nell’ottica del mantenimento della stabilità interna, mentre alcune previsioni parlano della possibilità di una nuova carestia nel Paese, dopo quella che causò (le stime, quando si parla di Corea del Nord, non sono mai precise) milioni di vittime a metà degli anni Novanta. Anche fuori da Pyongyang, intanto, qualche banco di frutta e verdura, nei villaggi, inizia a fare capolino.


 



 


È però nelle spese di difesa e nello sviluppo del suo programma nucleare che Pyongyang continua a concentrare i suoi sforzi e il suo budget. Già con l’elaborazione del Songun, sotto la leadership di Kim Jong-il, il principio del military first aveva drenato gran parte delle risorse economiche nazionali in funzione delle necessità dell’esercito e degli apparati di difesa. La successione a Kim Jong-un ha lasciato il Songun al suo posto, non ultimo con le conclusioni raggiunte dal VII e ultimo Congresso del Partito Coreano dei lavoratori, tenutosi l’anno scorso dopo 36 anni da quello precedente.


L’altra delle strategie economiche su cui notoriamente le autorità nordcoreane si concentrano da tempo riguarda l’accumulazione di riserve in valuta estera forte, cioè di euro, dollari statunitensi e yuan cinesi. Visitare la Corea del Nord comporta numerose e prolungate soste in negozi di souvenir, spesso piazzati in posizioni strategiche; il tentativo di incamerare valuta straniera attraverso la vendita di articoli di ogni tipo è ben più di un’impressione, mentre i prezzi spesso esorbitanti della merce in vendita sono certezza pura. Le transazioni si realizzano in euro, dollari o yuan, ma è la valuta cinese quella più spendibile. Spesso, infatti, per spese minori si riceve, come resto, qualche oggetto di consumo come caramelle o dolci, con la scusa che il “negoziante” non ha il cambio. Ricordo di un caffè, ordinato sul treno di ritorno da Pyongyang a Dandong, per il quale ho ricevuto come resto tre gomme da masticare. “I’m sorry”, fu la ridente reazione della cameriera, niente resto. Vista la capillarità del fenomeno, più che un caso sembra essere una tattica pensata per non farsi scappare neanche un centesimo.


Le difficoltà dell’economia nordcoreana, tuttavia, si confermano di grande portata. Costretto tra le sanzioni internazionali e il drenaggio di risorse per le spese militari e lo sviluppo del programma nucleare, il Paese stenta a trovare una strategia di sviluppo percorribile. Le immagini satellitari che fotografano un Paese al buio diventano realtà quando, la sera, dal trentesimo piano del nostro hotel guardiamo Pyongyang dalla finestra. A parte alcune strada (probabilmente giusto quelle percorse dal nostro pullman), piazza Mansudae – dove campeggiano due imponenti strade di bronzo del presidente Kim Il-sung e del leader Kim Jong-il – e la torre della Juche, la città è prevalentemente al buio.


In questo contesto, da più di un anno il complesso industriale di Kaesong è chiuso dopo il ritiro unilaterale della Corea del Sud come reazione al test nucleare portato a termine da Pyongyang a inizi del 2016. Il progetto di cooperazione economica era stato avviato grazie a un accordo tra le due Coree, che nella città nordcoreana di Kaesong, appena a nord del 38° parallelo, aveva avviato decine di migliaia di posti di lavoro per i nordcoreani, mentre le aziende di Seoul trasferivano nel nuovo parco industriale parte del proprio processo di produzione. Poteva essere un nuovo inizio, ben più di un semplice progetto di cooperazione economica, ma tant’è. A Kaesong, città famosa per il suo ginseng, ci siamo rimasti meno di un giorno, portando con noi l’immagine di una città sonnecchiante e semideserta, ma che a giudicare dagli edifici deve aver attraversato momenti di relativo sviluppo.


 


La notizia della morte di Kim Jong-nam, fratellastro del leader Kim Jong-un, ci arriva da al Jazeera (sì, le tv nelle stanze degli ospiti stranieri hanno accesso alla tv qatariota, oltre che ad un paio di canali cinesi, uno russo e, naturalmente, all’unico canale nordcoreano). Niente di sorprendente: alcuni specialisti hanno osservato – ben prima che le autorità malesi formulassero le accuse e arrestassero personalità afferenti al potere nordcoreano – come il regime di Pyongyang abbia in questo modo eliminato un possibile sostituto dell’attuale leader in caso di collasso del potere nordcoreano. Collasso previsto da molti e in fasi storiche differenti, ma non ancora sopraggiunto. Sembrerebbe, al contrario, che il giovane Kim Jong-un abbia ormai completamente portato a termine la stabilizzazione dell’organigramma di potere e, soprattutto, la propria posizione al suo vertice.


 



 


Non manca il fuori programma, e a sorpresa ci viene comunicata la possibilità di rendere i nostri rispetti al defunto leader Kim Jong-il nel giorno del suo compleanno, il 16 febbraio. Veniamo così guidati al Kumsusan Palace, “che è stato l’ufficio del presidente Kim Il-sung”, ci dice la nostra guida, e si è trasformato in mausoleo con la sua morte, nel 1994. Fu lo stesso Kim Jong-il a decretare che anche la sua salma dovesse essere collocata al Kumsusan. Per visitare le due salme, poste in due parti diverse dell’edificio, non c’è tempo. Così omaggi e inchini, questa volta, vanno solo a Kim Jong-il.


Impossibile non pensare a come, con la decisione di voler affiancare, materialmente e simbolicamente, la propria salma a quella del padre, Kim Jong-il abbia espresso appieno una strategia di mantenimento della continuità di potere per discendenza. La vicinanza delle due salme, come pure affiancare il ritratto del figlio a quello del padre, è stato strumentale a palesare in modo definitivo che la continuità di potere debba verificarsi solo in linea dinastica. Una mossa non secondaria se si pensa che in alcun modo la levatura di un personaggio come Kim Il-sung, presidente eterno, fondatore della patria ed eroe della guerra di liberazione dal dominio giapponese, avrebbe potuto essere eguagliata, nemmeno dal figlio. Tanto più che la Corea del Nord se la passava parecchio meglio nei primi decenni di leadership di Kim Il-sung, registrando livelli di sviluppo economico addirittura superiori a quelli della Corea del Sud (che allora, invece, se la passava molto male, sotto tutti i profili). Tutto questo era ovviamente chiaro a Kim Jong-il, che fece anche approvare una riforma costituzionale per scolpire – a chiare lettere e per sempre – i crismi di questa continuità e mettersi al riparo da possibili dubbi sulla sua legittimità.


 


Rimane aperto, infine, il capitolo della divisione nazionale. Aperto sarebbe pure il libro della riunificazione, non fosse che, dalla fine della sunshine policy in poi, esso non rappresenti più che una parola tra tante. I principali attori di questa partita, infatti, da tempo mantengono posizioni cristallizzate: otto anni di amministrazione Obama hanno visto l’Asia-Pacifico tornare cardinale nelle strategie statunitensi (Pivot to Asia) ma, sanzioni a parte, la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato non hanno portato avanti di un millimetro la dialettica con Pyongyang, preferendo piuttosto aspettare (di pazienza strategica si parla, non a caso); da Seoul, prima che gli scandali di queste settimane travolgessero la presidente Park Geun-hye, non risultano mosse degne di nota in termini di riavvicinamento con il Nord. Anzi, secondo indiscrezioni, parrebbe che persino la nordpolitik della presidentessa sudcoreana fosse influenzata dall’amica Choi Soon-sil. Intanto, il tema della riunificazione è sempre meno discusso tra i sudcoreani più giovani; a sud del 38° parallelo, le giovani generazioni sono generalmente indifferenti alla questione, che spesso percepiscono lontana da loro, nel tempo e nello spazio.


A Pyongyang, intanto, i giorni in cui il leader Kim Jong-il e il presidente sudcoreano Kim Dae-jong si incontravano nella capitale nordcoreana, nel giugno del 2000, sono ancora celebrati come un momento di grande speranza. Si tratta degli eventi simbolicamente più significativi della sunshine policy, cioè dell’esordio di un approccio costruttivo alla questione nordcoreana da parte dei governi di Seoul. Furono gli anni migliori delle relazioni intercoreane, che in Corea del Nord vengono ancora rappresentati con grande enfasi su giornali, manifesti, e fotografie. L’elezione di Lee Myung-bak alla presidenza sudcoreana nel 2008, però, portò indietro le lancette – confortata dalla presenza di George W. Bush alla Casa Bianca – e da allora parole come approccio costruttivo, dualismo flessibile o più banalmente cooperazione non sono state più pronunciate.


 



 


Mentre il nostro pullman si dirige al confine con la Corea del Sud, verso la cosiddetta de-militarized zone (DMZ), la guida nordcoreana si prende qualche minuto per raccontarci quei momenti, non mancando di contrapporli alle relazioni intercoreane nella loro versione attuale. Così, mentre da Pyongyang piovono missili ogni qual volta il momento rende opportuno farlo (per celebrare festività nazionali, compleanni dei leader, etc), la comunità internazionale – Stati Uniti e Corea del Sud in testa – non fa che condannare e approvare sanzioni economiche. Nel groviglio attuale, però, è chiaro che qualcosa non va come sperato in alcune cancellerie, e mentre le sanzioni non fanno che rendere la vita più tragica per milioni di nordcoreani, a Pyongyang i programmi di sviluppo missilistico e nucleare vanno avanti, e anche velocemente, dimostrando plasticamente la totale inabilità delle sanzioni a frenare i piani militari del Paese. In questo contesto, la recente sospensione dell’import di carbone nordcoreano da parte di Pechino non farà che rendere la situazione persino più grave.


 


In un pomeriggio soleggiato – e dopo obbligatoria sosta per acquisto di souvenir – arriviamo dunque a Panmunjom, villaggio di circa trecento famiglie dove, alla fine della guerra di Corea (1950-1953), si definì la spartizione della Penisola in due distinte entità. Fu il momento forse più tragico della Guerra Fredda: un conflitto costato la vita a un milione di militari e due milioni di civili, un territorio devastato, famiglie costrette a separarsi. In quella fase non solo si segnava la spartizione della Penisola: in Corea la Guerra Fredda si condensava per forza e significato, trovando la sua massima sintesi.


A Panmunjon, dunque, mi ci ritrovo dopo quattro anni dalla mia prima e ultima visita. Allora ero dall’altro lato del confine, a guardare verso nord nella speranza di vedere almeno un soldato nordcoreano. In quell’occasione, la guerra di Corea e il resto ci furono narrati da un soldato Usa, cicerone di visitatori e curiosi. Mentre ricordo quei momenti guardo verso sud: aldilà del confine non si vedono soldati. Prima che ogni pensiero si manifesti pienamente, la guida ci chiama a raccolta, il nostro tempo è scaduto. Si riparte in direzione Pyongyang, e lungo il percorso c’è tempo per un invito. “Verrà – ci dice la nostra giovane guida – il giorno della riunificazione, prima o poi. Per favore, quando tornate nei vostri rispettivi Paesi, supportate la causa della riunificazione coreana”.


 


Il mattino seguente lasciamo Pyongyang dopo aver salutato le nostre guide alla stazione. Un treno ci riporta a Dandong, ripercorrendo al contrario il percorso fatto pochi giorni prima. Il paesaggio fuori, questa volta, non incuriosisce granché. In poche ore siamo di nuovo a Sinuiju, dove una ragazza cinese mette alla prova i nervi dei soldati nordcoreani cercando di dar loro fastidio. Dall’altro lato ci aspetta  Dandong, poi un treno notturno per Pechino, dove la notte trascorre tra troppe domande e maldestri tentativi di risposta.


 


Questo reportage di Alessandro Albana potrete leggerlo in formato sfogliabile (con nutrita serie fotografica) cliccando qui sotto.