Pepe Mujica, come un Che Guevara contemporaneo

L'ex presidente dell'Uruguay quanto a francescanesimo ha da competere con molti, anche in Vaticano, autoproclamatisi emuli del Poverello di Assisi. Storia e fenomenologia di un personaggio

L'ex presidente dell'Uruguay

L'ex presidente dell'Uruguay

Enzo Verrengia 9 ottobre 2017

Lo avevano dato per morto a marzo, in un ospedale della California. L’ennesima fake news, postata sul web da fox-news24.com, un sito che non ha niente a che fare con l’omonima rete televisiva. Invece José Alberto Mujica Cordano è vivo e vegeto nella gloria dei suoi 82 anni. L’ex presidente dell’Uruguay ha ancora da insegnare con la sua figura e la sua opera a un’umanità suddivisa tra potenti, impotenti e rinunciatari, cui si contrappongono, per fortuna, schiere di volenterosi che non rinunciano all’azione, alla dedizione, alla rigenerazione.
Quando Grillo ha proclamato per se stesso e per quelli che si riconoscono nel suo movimento: «Siamo noi i francescani di oggi», il Segretario di Stato vaticano Piero Parolin ha obiettato: «Nessuno può pretendere di avere l’esclusiva del messaggio francescano». Peccato che nessuno dei due si sia ricordato di Mujica, che quanto a francescanesimo ne ha da competere con molti autoproclamatisi emuli del Poverello di Assisi.
La sua presidenza dell’Uruguay, dal 1º marzo 2010 allo stesso giorno del 2015 segnò un’autentica cesura dell’assetto ricorrente della politica nell’America Latina. Un continente che si smarcò dalla colonializzazione europea con lotte per la libertà divenute emblematiche per poi cadere nell’orrore di totalitarismi autoctoni, molto comodi per gli interessi economici dei Paesi più sviluppati. Tristemente esemplare proprio il caso dell’Uruguay. Dopo il secondo conflitto mondiale costituì uno dei capolinea per le ratlines, le cosiddette linee dei topi, i tortuosi itinerari attraverso i quali dei gerarchi nazisti sfuggivano alla cattura e ai processi per crimini di guerra. L’Uruguay, insieme al Brasile, all’Argentina, al Paraguay e al Cile, fungeva da santuario per individui macchiatisi di peccati senza possibiltà di redenzione. Fra gli altri, il macellaio di Auschwitz, Josef Mengele, che nella fuga passò anche dalla nazione di cui Mujica sarebbe stato presidente. Un destino non certo edificante per l’Uruguay, il cui significato nell’antico idioma guaranì significa a un dipresso “Regione fluviale degli uccelli colorati”. Parole che evocano tutto il fascino paradisiaco suscitato dalla parte meridionale del Nuovo Mondo nei primi esploratori giunti dall’Europa.
Il compito di Mujica alla sua elezione era gravido di retaggi geografici oltre che storici. Si trattava di riportare la patria ad una sua centralità nel mosaico sudamericano, di recuperare lo spirito di José Gervasio Artigas, l’eroe nazionale che nel 1811 organizzò e guidò con successo la rivoluzione contro la Spagna per l’indipendenza nazionale. Quello che seguì, tuttavia, non fu un vero e proprio affrancamento dell’Uruguay, avvenuto compiutamente solo dopo complesse vicende territoriali, fra annessioni al Brasile e status federale di province autonome dell’Argentina.
“Pepe” Mujica approdò alla politica nei remoti anni ’50, un’epoca segnata dai mutamenti geopolitici che preludevano all’attuale configurazione dei confini planetari e che si verificarono attraverso impervi e sanguinosi processi di assestamento. Lui proveniva da una famiglia interetnica. Il padre, Demetrio, aveva antenati baschi, quasi a infondere nel codice genetico della figliolanza un’altra questione secolare di controversie irrisolte. La madre, Lucia Cordano, era originaria della Liguria, altra terra di controversie confinarie: si pensi a Nizza e a Garibaldi.
Inizialmente, però, questo retaggio non dissuase Pepe dal coltivare il ciclismo. Per l’intera adolescenza, lo praticò con l’impegno fisico e la passione richiesta dalle due ruote. Forse per lui fu anche questa una sorta di training francescano. Per vincere sui pedali è necessario soprattutto il sacrificio, con abitudini spartane, il ripudio della dissolutezza e in particolare dello spreco. Decenni dopo Mujica avrebbe affermato: «La mia idea di felicità è soprattutto anticonsumistica. Hanno voluto convincerci che le cose non durano e ci spingono a cambiare ogni cosa il prima possibile. Sembra che siamo nati solo per consumare e, se non possiamo più farlo, soffriamo la povertà. Ma nella vita è più importante il tempo che possiamo dedicare a ciò che ci piace, ai nostri affetti e alla nostra libertà. E non quello in cui siamo costretti a guadagnare sempre di più per consumare sempre di più. Non faccio nessuna apologia della povertà, ma soltanto della sobrietà».
Quest’ultima, comunque, non escluse dalla sua giovinezza l’impeto rivoluzionario. Dopo il fallimento dell’Herrerismo, il seguito del nazionalista Enrique Erro, e la sconfitta elettorale del 1962, Mujica passò al Movimiento de Libaraciòn Nacional dei Tupamaros. I quali erano armati e guardavano alla rivoluzione cubana, appena avvenuta con un successo carismatico per tutte le formazioni di sinistra nel Terzo Mondo. La loro finalità immediata era la tutela dei cañeros, i raccoglitori di canna da zucchero cui spettava il fardello della produzione nel nord dell’Uruguay. A loro volta già fomentati dal sindacalista Raúl Sendic. La denominazione di Tupamaros derivava dal romanzo “Ismael”, pubblicato nel 1888 da Eduardo Acevedo Díaz. Una tipica saga latinoamericana, che in certa misura anticipava quelle di Gabriel Garçia Marquez. Nel libro, i contadini uruguayani, originari o creoli, si riconoscevano nel libertador José Gervasio Artigas, mentre i latifondisti spagnoli e locali li assimilavano spregiativamente alle orde di Túpac Amaru II, che alla fine del Settecento aveva capeggiato una rivolta antispagnola nel Perù coloniale.
Mujica, alla stregua di un Che Guevara, compì attacchi, sabotaggi e imboscate nella più tipica tradizione guerrigliera di quelle latitudini, rimanendo ferito sei volte e subendo numerosi arresti. Nel 1971 partecipò a un’evasione collettiva dalla prigione di Punta Carretas. La carriera di insorgente culminò con l’occupazione di Pando, un centro nei pressi di Montevideo.
Il peggio per Mujica doveva ancora venire. Nel 1972 venne nuovamente arrestato. Al governo c’era Jorge Pacheco Areco, sotto la cui presidenza aveva già avuto luogo la cancellazione di certe norme civili a garanzia della libertà individuale. L’anno dopo il suo successore, Juan María Bordaberry, si rese autore di un golpe che portò al potere dell’Uruguay una “junta”. Mujica fu trasferito dal carcere ordinario a quello militare. La sua reclusione durò ben dodici anni, alla Papillon. Venne gettato in un’ala della struttura carceraria situata in un pozzo sotterraneo, scontò la pena con l’aggravio dell’isolamento. “Pepe” e altri nove dirigenti dei tupamaros rientravano fra i “rehenes”, ostaggi. Era il loro appellativo ufficiale imposto dalle autorità. Significava che se si fossero verificati nuovi assalti da parte dei guerriglieri liberi, avrebbero pagato con la vita dinanzi al plotone di esecuzione.
La completa deprivazione di contatto umano costò carissima a Mujica. Soffrì di allucinazioni visive e uditive, disturbi della personalità e impennate paranoiche. Il tutto a concludersi nel 1985. Con il ripristino delle regole democratiche arrivò anche l’amnistia, un’amnistia trasversale, conciliatoria, perché ne beneficiarono le due fazioni nemiche dei guerriglieri e dei golpisti. Il provvedimento azzerava tutte le pene previste per i crimini di guerra e di guerriglia dal 1962 a seguire. Non valse per le atrocità di cui si era macchiato Bordaberry, che fu processato e condannato.
Da lì in poi, la strada di Mujica fu tutta in discesa, dalla fondazione del Fronte Ampio al trionfo nella campagna elettorale del 2009, dove emerse non da semplice vincitore bensì bandiera vivente delle istanze che scuotevano le fondamenta della società avanzata e del pensiero unico imposto dalla globalizzazione. Il suo verbo conquistò i media, anche perché ne aveva per tutto e tutti.
Legalizzazione dell’aborto, riconoscimento dei matrimoni gay e facoltà di assumere marijuana, non fumandola ma in modiche quantità nel cibo, previa una considerazione: «La tossicodipendenza è una malattia, guai a confonderla col narcotraffico».
Il suo francescanesimo lo caratterizza con un’esistenza priva dei comfort allocati di diritto alla sua carica. «Viviamo in un mondo nel quale si crede che colui che trionfa debba possedere tanto denaro, avere privilegi, una casa grande, maggiordomi, tanti servitori, vacanze extralusso. Mentre io penso che questo modello vincente sia solo un modo idiota di complicarsi la vita. Penso che chi passa la sua vita a accumulare ricchezza sia malato come un tossicodipendente, andrebbe curato.» E lui rinuncia a trasferirsi nel sontuoso palazzo presidenziale di Montevideo, preferendogli una fattoria a Rincón del Cerro, nella periferia della capitale. Fulcro spettacolare del suo anticonformismo riguarda il rapporto con il denaro. Dell’appannaggio previsto per il capo dello Stato, Mujica trattiene solo 800 Euro. Gli bastano, e fanno parlare del “Presidente più povero del mondo”. Intervistato dal quotidiano “El Tiempo”, dichiara che gli sono sufficienti, dato che numerosissimi uruguayani vessano nella povertà. «La mia idea di felicità è soprattutto anticonsumistica. Hanno voluto convincerci che le cose non durano e ci spingono a cambiare ogni cosa il prima possibile.»
La sua lezione più incisiva, con la crisi del lavoro nelle società industriali che non si attenua, resta quella sul concetto di “sobrietà”: «La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere».