'El dia de los muertos': il Messico delle stragi dei narcos ricorda le vittime del terremoto

Un milione di persone nella capitale per una delle ricorrenze più sentite dalla tradizione

El dias de lor muertos

El dias de lor muertos

Diego Minuti 29 ottobre 2017

Resta sempre una festa, che affonda le sue radici nei riti delle popolazioni pre-ispaniche, ma quest'anno ''el dia de los muertos'', il giorno in cui in Messico si ricordano i defunti, ha acquistato un sapore particolare, perché ha ricordato le vittime del 19 settembre, quando un terremoto fortissimo ha colpito il Paese, provocando la morte di 228 persone.

Ma per i messicani questo è un giorno felice perché segna il ricongiungimento ideale tra coloro che sono morti e le loro famiglie, che aspettano questa ricorrenza per sentire di averli ancora accantoper accompagnarle durante la vita di tutti i giorni. Magari nelle lunghe ore passate a tavola, in occasione della festa, a mangiare in allegria e brindare a chi non c'è più. E questo può suonare quasi un controsenso nel Paese degli omicidi, che ogni anno batte record e percentuali di morti ammazzati, la maggior parte dei quali sacrificati,  in senso metaforico ma non tanto, sull'altare del 'dio' malefico che si incarna nella droga e nei ricavi miliardari che genera.

Ma poco importa come si muore. Per i messicani chi lascia la Terra non lo fa completamente e quindi, come se fosse il loro compleanno, i defunti vanno ricordati e festeggiati. Per farlo, i messicani, come hanno fatto ieri nella capitale, Mexico City, scendono in strada mascherandosi non come se fosse carnevale, ma cercando di ricreare atmosfere legate alla morte, con un tripudio di teschi colorati, ma che restano pur sempre teschi, che vengono indossati a mo' di maschere, che vengono disegnati sul viso, oppure si librano in aria, sotto forma di enormi palloni gonfiati di elio. E il tema della morte, raffigurata secondo la tradizione con un teschio, contagia tutti. Persino i cavalli di cartapesta che hanno sfilato.  

Anche le ballerine che danzano per strada durante le manifestazioni non si sottraggono a questa mistificazione del loro aspetto, con pochi tratti di matita sul volto imbiancato, ma che le restituiscono al ruolo di ''vestali'' della festa. Sono le ''Catrina'', la maschera che rappresenta uno scheletro al femminile, disegnata dall'artista Jose Guadalupe Posada nel 1913 e che da allora è entrata nell'iconografia della festa.
La sfilata di ieri, nella capitale messicana, ha raccolto sulle strade un milione di persone. La maggioranza erano messicani, ma tantissimi erano anche i turisti soprattutto americani che, come ogni anno, non mancano a questo appuntamento con la tradizione e l'allegria. Ed anche con la storia, come ha testimoniato la presenza nella sfilata di ragazze vestite come le Adelitas, le donne che, aderendo alla 'revolucion', contribuirono alla liberazione del Messico.

Ma, tra le risate dei bambini, palloncini che, sfuggiti di mano, volavano in cielo, le canzoni di qualche mariachi, c'è stato anche il momento in cui a prevalere è stata la tristezza. E' stato quando, tra gruppi danzanti e orchestrine, ha sfilato un gruppo dei soccorritori che hanno operato per il terremoto.
Hanno sfilato, alzando in alto il pugno destro, soldati, agenti di polizia, vigili del fuoco, infermieri, volontari, elettricisti, gente qualunque. Ma nessun significato politico. Era alzando il pugno che i soccorritori chiedevano silenzio assoluto se avevano colto qualche rumore venire da sotto le macerie. Silenzio per cogliere una voce, un rantolo, un flebile lamento che potesse consentire di salvare una vita.
Quel pugno levato al cielo dei soccorritori sta diventando il simbolo di un Paese che chiede il silenzio delle armi, che oggi ha la forza di chiedere di rispettare la vita a chi la toglie.